IL MAGICO MONDO FORMATO A1

Mentre il mondo è impegnato nelle sue mansioni giornaliere, lo strano personaggio che da lassù tutto osserva mi mette a disposizione un originale, quanto mai inusuale occasione di assistere a uno spaccato sulla società attuale.

Trovatomi nel IMG_0077bel mezzo di uno sfortunato incidente con 7 km di conseguenze, mi ritrovo a osservare diversi personaggi che mi spingono a raccontare una giornata dai contorni per lo più all’apparenza abituali.

Davanti a me, in Renault grigia full optional, il businessman, che grazie a mio fratello rinominerò Mentana a causa di una somiglianza inesistente, si aggira intorno alla sua vettura impugnando ogni tanto il telefono. Nonostante trasudi impazienza dalla sua camicia azzurra, tutto sommato sembra essere il più normale.

Alle mie spalle, una famigliola una volta felice, a bordo della propria BMW familiare bianca, si gode il riflesso della propria macchina chiara che a me, fautore dei colori scuri sgargianti, non è a quanto pare concesso. Come se non bastasse, da un paio d’ore riceve i ringraziamenti da parte di madre natura e noi suoi amici tutti, per via del motore da 300 cavalli acceso: Aria condizionata docet.

Tuttavia, il vero capo branco, il nostro generale, è nient’altri che un camionista dall’accento sud peninsulare. Le sue caratteristiche da capo indiscusso appaiono evidenti: camminata decisa, portamento fiero e un’abbronzatura incompleta che traspare dalla scelta di una canotta nera accompagnata da una catena d’oro che deve riscuotere successo tra la controparte sud ombelicale.

Il capo branco scende scocciato dal suo mezzo gigantesco, chiaro richiamo a un certo oggetto fallico presente nel cavallo dei pantaloni che secondo quanto raccontato nelle sue storie di vita vissuta migliori deve essere di dimensioni generose. Si incammina di buon passo verso il rimorchio della sua bestia e grazie alla scaletta dotata della tecnologia dello S.H.I.E.L.D. riesce con grazia pachidermica a salire sul tetto del mostro dagli innumerevoli cavalli di potenza.

Grazie ai suoi occhi di falco ci indica la via che, in un’intuizione geniale, sembra essere bloccata.

Mentana, troppo orgoglioso per chiedere direttamente, mi fa compagnia nell’arte dell’origliamento feroce. La famigliola, nella sua situazione, appare un po’ meno beata. Il baule costantemente aperto deve avere destabilizzato la temperatura del microclima della loro vettura.

Nel mentre Balto fornisce dettagli sulle dinamiche dell’incidente. Mentre snocciola dati alla Einstein sul peso del materiale disperso per la strada, un suo luminare collega passa nella direzione opposta e con un richiamo sonoro degno del Libro della Giungla e un dito medio all’avanguardia, esprime nostro comandante il proprio rammarico per le sfortune nelle quali si trova questi, C’è grande solidarietà nel mondo degli autotrasportatori.

Il capo branco, che non può però perdere la faccia di fronte ai propri seguaci, risponde con un codice dal significato a me non del tutto chiaro. Un grido squarcia la noiosa monotonia instauratasi:

“CORNUTO!!!”

Un momento di lesa maestà al quale il nostro leader ha risposto con forza e carattere, infondendoci ancora più fiducia nel futuro a venire.

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Io e Mentana ci scambiamo ancora una volta uno sguardo leggermente dubbioso. Sola apparenza però, Akela veglia su di noi.

Mentre finisco di scrivere sul retro dei test di convergenza delle gomme i miei pensieri, arriva la segnalazione che presto si potrà ripartire. Il piccolo microcosmo si dissolve, permettendo a tutti di tornare alle proprie vite.

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SOGNO CALIFORNIA

Sogno California. Sogno di distendermi su una bellissima spiaggia dorata dove la pioggia non possa raggiungermi. Sogno di uscire di casa senza che qualche goccia riesca a sconfiggere la difesa del mio impermeabile e mi renda lentamente inzuppato dalla testa ai piedi.

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Sogno Pacific Beach, la sua atmosfera di vitalità, il suo molo allungarsi sul mare quasi in un tentativo di raggiungere e toccare il Giappone. Sogno di osservare l’orizzonte, quel blu limpido del mare fondersi con il cielo e diventare un’entità unica.

Sogno di camminare lungo Broadway, non quella famosa, ma quella presente in quella città che mi ha accolto a braccia aperte come mai nessun’altra. Sogno il mondo diventare più grande, più largo. Lo sogno ingigantirsi al passaggio di immensi tir di marche più o meno sconosciute. Sogno me stesso diventare più piccolo, scomparire nel mezzo di quella moltitudine di persone e comunque conservare una mia identità, ben definita, a tratti stereotipata ma difesa più che in altre parti del continente.

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Sogno me stesso abbandonare la bici come mezzo di trasporto. Sogno me stesso prendere un autobus guidato da un autista di colore che dopo qualche giorno finisce per conoscermi e salutarmi. Sogno me stesso parlare con amici su questo magic bus e sogno persone sconosciute entrare nella conversazione, dare il loro parere e rendere un viaggio, sulla carta lungo, farsi molto più breve.

Sogno me stesso nella mia piccola camera suonare una Fender Stratocaster sognando di inseguire i sogni da Red Hot Chili Peppers. Sogno me stesso cucinare per amici brasiliani una carbonara decente e sogno questa pasta diventare la più buona che questa gente abbia mai mangiato.

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Sogno persone solari, disponibili, che baciate dal sole si fanno in quattro per darmi una mano a ritrovare la strada di casa ormai persa. Sogno JJ prestarmi il suo telefono per chiamare Lorah. Sogno me stesso non capire un’H di quello che lei dice e ripassare il telefono a JJ che presto mi reindirizzerà verso Ogalala Avenue.

Sogno la mancanza di casa ben controllata da quella città in cui mi trovo. Sogno il tempo scorrere veloce, irrefrenabile, verso la data del mio ritorno. Sogno me stesso ripromettermi di tornare presto prima di salire su un aereo e abbandonare questo ambiente.

Sogno sempre me stesso da tutt’altra parte nel mondo, abbastanza stanco, subire i colpi di un tempo atmosferico impietoso. Mi vedo non dimenticare quanto promesso e lavorare per tornare là, in quella città che con la sua energia mi ha spinto a viaggiare per il mondo: San Diego.

La mia Vienna

15/2, ore 19:32; Aeroporto di Vienna.

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Parlamento

Sono al gate, seduto su uno scomodo sedile. Il luogo in cui mi trovo pare più uno scantinato che una sezione dell’aeroporto, segno che in giro per il mondo le compagnie low-cost adoperano gli stessi standard.

Una splendida ragazza mi ha appena salutato. Un bacio sulle labbra, un abbraccio con tanta forza e due occhi lucidi che mi hanno confermato che ci rivedremo presto.

Al posto di un weekend che sarebbe potuto essere completamente anonimo in quel paesino olandese che porta il nome di Leiden, io, invece, ho deciso di seguire amore e curiosità, spingendomi in un luogo semi-sconosciuto.

Fino a pochi giorni fa, Vienna era una città che faceva solo qualche comparsata nella mia mente. Le uniche immagini presenti erano dovute a qualche flash del passato: ricordi di quando avevo otto anni e, nell’agosto di una torrida estate, io e la mia famiglia c’eravamo imbarcati in un viaggio oltre i confini nordici italiani; in quella terra austriaca che oggi ritorna più che mai a farsi sentire.

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Schönbrunn

Intorno alle tre del venerdì pomeriggio sono atterrato a Swechat e ad attendermi c’era lo stesso viso che poco fa mi ha salutato con dolcezza.

Tramite la sua guida sono stato condotto in molteplici luoghi della città, dagli edifici politici che possono rievocare tristi ricordi passati, a immense cattedrali come St.Stephan, dove ho potuto osservare dall’alto di una torre quell’unica metropoli della quale questo paese è fornito.

Mi sono lasciato guidare. Una mano mi ha trascinato teneramente per quelle viuzze dagli alti edifici storici. Ho gustato un ottimo caffè, accompagnato da incredibili dolci serviti ai tavolini di pasticcerie dove il turista tipo difficilmente mette piede. Ho assaggiato il cibo migliore, rigorosamente cucinato in casa da chi di tradizione se ne intende: quelle madri che, nel mondo, con dovute eccezioni, si assomigliano tutte.

In poche parole, mi sono innamorato di questa città, la ammiro e rispetto più che mai. Sarà dovuto a tutti quegli edifici voluti dai grandi imperatori passati, che mi hanno infuso una forte sensazione di potere, oppure sarà stata la forte efficienza che contraddistingue gli abitanti di queste zone, o magari qualche scelta politica recente che mi ha spinto ad apprezzare ogni giorno di più perfino le caratteristiche più nascoste che questa gente preserva.

Tuttavia qualcosa, in minima parte, mi ha infastidito. Non si tratta di qualche aspetto che mi tocca personalmente, ma è come un brusio di sottofondo che durante una canzone tende a disturbarne l’ascolto.

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Nonostante in Italia siamo da sempre abituati a mille problemi che affliggono il nostro paese e che ultimamente ci colpiscono con ancora più violenza, una volta all’estero, non cessiamo mai di essere orgogliosi della nazione in cui siamo nati, della città in cui siamo cresciuti e delle bellezze che siamo abituati a vedere ogni giorno, sia nel paese più piccolo sia in quelle città i cui nomi nonostante tutto suscitano ancora un rispetto storico e architettonico.

Parlando con i Viennesi, chi più e chi meno austriaco doc da generazioni, mi è parso strano riscontrare una certa titubanza nel mostrare un minimo di fierezza verso il proprio stato. I cui successi, anche al turista più distratto, appaiono evidenti non appena vi si mette piede.

A quanto pare è stato insegnato loro che non è bene sottolineare quando le cose vanno bene. L’ammirare il proprio paese con dovuto senso critico, che a me italiano all’estero non pare un male, vuol dire già spingersi oltre il consentito.

La causa di questo stato d’animo? Sinceramente è difficile da individuare; posso solo formulare un’ipotesi. Forse il pugno del dopo guerra ha colpito con più forza qui. In queste terre, un fantasma di estrema destra è sempre in agguato, pronto a infestarle, e un mare economico politico ha causato con il suo moto impetuoso un’ingiustificata invidia per i cugini tedeschi più a nord. Una vergogna, scaturita dal passato e nascosta nel profondo, spinge a impegnarsi strenuamente al fine di rendere il tutto un posto migliore ma, a fine giornata, impedisce a molti di assaporare pienamente i frutti del proprio lavoro.

Ciò nonostante, ho continuato a girovagare per queste strade, a visitare luoghi più o meno ludici e a immergermi in una cultura che per molte cose vedo vicina alla mia, mentre per altre appare irraggiungibile.

La mia Vienna è stata rivivere i ricordi di bambino e montarli in sequenza con quelli di ragazzo, confezionando una pellicola che rivedendo in futuro produrrà memorie filtrate da teneri ma malinconici sentimenti.

Ora prendo il volo e torno alle mie responsabilità di studente. Ancora una volta lontano da casa, ancora una volta accompagnato da nient’altro che penna e quaderno ad assicurare di non dimenticarmi ciò che sto vivendo ora.

La differenza, stavolta, c’è. Tornerò a Vienna e lo farò presto; perché se il mondo fuori sembra un po’ triste e confusionario, qui a me appare un po’ più dolce.

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Belfast’s poem

In una misera dimora in Shankill Road,
Viveva un uomo chiamato William Bloat.
E costui aveva una moglie, disgrazia della sua vita,
Sempre assilante nei suoi confronti.
E un giorno all'alba, lei nella sua camicia da notte,
Le tagliò di netto la gola

Ora, egli era compiaciuto di ciò che aveva fatto,
Ed ella se ne stava lì, rigida e immobile.
Fino a quando, all'improvviso, intimorito dalla legge crudele,
La sua anima fu piena di un tremendo gelo.
E per finire il divertimento così ben iniziato
Decise di uccidersi egli stesso.

Così prese il lenzuolo dai piedi freddi della moglie,
Lo attorcigliò in una corda,
E vi si impiccò dallo scaffale della credenza.
Quella fu una lieta fine, speriamo.
Con il suo ultimo respiro e vedendo la morte,
Egli maledisse solennemente il Papa.

Ma la più strana delle svolte,
Non è che solo l'inizio.
Andò all'inferno, ma sua moglie si riprese.
Ed ella è ancora viva e peccaminosa,
Perchè la lama del rasoio era tedesca,
Ma la corda era telata in Belfast.

 

Inseguendo la magia: Irlanda

18/1/15 ore 8.35

 

Mi trovo seduto a un caffè, il gate poco lontano. Nonostante il viaggio sia stato organizzato quasi per caso, ultimo di queste vacanze invernali, le aspettative verso un paese che richiama a sé un’alta dose di magia sono tante.

Irlanda: prima Cork, poi Dublino, in seguito Belfast e dintorni. Sono alla ricerca di qualche significato in più da attribuire a quella che potrebbe essere la mia ultima esperienza da studente.

In una fuga innaturale spendo soldi e cerco di visitare tutto il possibile prima di essere incatenato definitivamente al mondo degli adulti. Come Holden, rifuggo gli obblighi per cercare di essere meravigliato da ogni terra nuova, da ogni angolo di questo pianeta a me in larga parte sconosciuto.

Irlanda: un paese che ho sentito nominare solo nelle storie di altri. Che siano racconti di amici, canzoni di diversi gruppi musicali e libri di autori famosissimi e non.

Sono a pochi minuti dall’inizio di questa avventura. È un giorno di sole, attendo quello di pioggia sull’altra sponda per sentirmi del tutto nel paese delle fate.

 

Ore 21:3

Al piano superiore di un letto a castello ascolto musica sconosciuta che Yasmin ha prontamente preparato per l’occasione.

Mi sento stanco morto. Nonostante l’ostello rispetti più del dovuto la categoria di alloggio che rappresenta, credo che potrei dormire come un sasso anche appoggiato a un tronco d’albero.IMG_0671

Ho visto la pioggia. Si è manifestata non appena sono sceso dall’aereo. Lei e il controllore sospettoso che all’arrivo in aeroporto mi ha bombardato di domande, credendomi chissà quale terrorista, non mi hanno riservato il più accogliente dei benvenuti.

Una volta sceso dalla navetta per il centro di Cork, ho potuto osservare da vicino questo strano luogo chiamato Irlanda.

Non sono sicuro di riuscire a trovare le parole più appropriate per descrivere questo paesaggio urbano. La cosa quantomeno insolita che colpisce di più è l’insieme di sfumature di grigio che scolorano tutti gli edifici che ti circondano.
“Sfumature di grigio”, un’espressione che forse non è più possibile usare nella lingua italiana senza riservare un pensiero all’orribile romanzo. Come in un tentativo di salvataggio dalla mia mente, qualcuno ha dipinto murales colorati tra un edificio e l’altro, rendendo il tutto molto più pittoresco. Colori vivaci che si alternano alla decadenza degli edifici.

St.Patrick Street si riserva però il diritto di rappresentare un’eccezione da moderna via con negozi alla moda qual è; segno che, anche in questo mondo che dovrebbe rimanere incantato e magico, la gente ha deciso di adeguarsi al canto del capitalismo galoppante.

Una parte della città rimane comunque immersa in una dimensione a parte. Mi sono aggirato nei pressi del giardino di un’immensa cattedrale uscita da un episodio di “The Leftovers”, ripromettendomi di controllare con che efficacia la chiesa cattolica eserciti ancora il suo controllo sul popolo che si è ribellato al protestantesimo. Una volta a casa mi informerò meglio.IMG_0626

Non ho potuto che continuare a camminare, a disperdermi nelle viuzze a me sconosciute tentando di non farmi assorbire dallo stato d’animo che il circondario mi trasmetteva. Bellezza è la parola che comunque associo a Cork. Bellezza mitigata però da più di qualche punta di malinconia.

Domani si va fuori città, alla ricerca di paesaggi incantati. Chissà, magari qualche elfo mi attraverserà la strada, portandomi un po’ di quella fortuna che, pur non guastando mai, non avrei il diritto di chiedere.

 

19/1 ore 23:21

 

Scrivo sempre dall’alto del mio letto a castello, solo molto più stanco e con due pinte di birra irlandese in corpo. Le fate o gli gnomi non si sono fatti vedere, ma in compenso la magia mi ha raggiunto, oggi più che mai.

Preso un autobus con guida, ci siamo diretti nelle terre isolate e dimenticate da Dio. Lì, il mondo appare un po’ più vasto e soprattutto colorato. Mille le sfumature che per tutto il tragitto hanno affrescato il mio cammino. L’immancabile grigio è solo una piccola parte del variopinto quadro che mi si è mostrato davanti.

Tanto verde, intervallato qualche volta da un giallo intimidito dalla pioggia che ogni giorno bagna queste brughiere. A tratti fa la sua comparsa qualche acquarello marrone dato dai tronchi degli alberi che interrompono le ampie distese.IMG_0768

Mi piace percorrere quelle stradine di campagna che tortuose si snodano fino a raggiungere la mia destinazione. Il pullman ha, infatti, un obiettivo verso il quale spingersi: le imponenti Cliffs of Moher.

Per la prima volta nella mia vita assisto a tanta imponenza affacciarsi sul mare. Un paesaggio insolito è quello che mi si è parato davanti. In Italia, sono da sempre abituato all’idea che quando la terra lascia spazio al mare, questa lo fa dolcemente, con una sottile striscia di sabbia giallastra.IMG_0770

In questo luogo si parla di qualcosa di insolitamente eccezionale: imponenti strapiombi che come a voler proteggere il verde e rigoglioso entroterra sbarrano la via all’oceano. Quest’ultimo elemento, che da sempre insieme al fascino suscita in molte persone anche un certo grado di timore, si vede negato il permesso di bagnare le terre irlandesi. Solo la roccia grigia può accoglierlo, in un impetuoso ma al contempo dolce bacio che fa ingelosire gli dei gaelici.

Io non ho potuto che assistere a questo spettacolo e tentare invano di trasmetterne la sconfinata bellezza tramite qualche fotografia, video o parola; ben sapendo però che il silenzio sarebbe più opportuno per rispettarne la natura antica e superba.

 

20/1 ore 17:58

 

Cambio di ostello, cambio di letto.

Abbandonata Cork e la sua aria di città peschereccia alla moda, Dublino ci ha spalancato i suoi cancelli.

A bordo del treno già tentavo di prefigurarmi come fosse la capitale di questo angolo di mondo. Sicuramente si presenta più curata e turistica, ma a tratti vi rimane qualche edificio dall’aria spartana, che tenta di farmi capire che non mi sono spostato troppo da dove mi trovavo.

Un po’ più di mezza giornata in giro per il centro. Ho camminato lungo questo immenso fiume al quale la mia mente ignorante non riesce tuttora ad attribuire un nome. Sono passato sotto le statue di esimie figure che poco mi hanno suggerito. Tutte a parte una.

Dall’alto del suo monumento James Joyce fa la guardia alla cultura dell’isola. Celebrato un po’ ovunque; quasi quanto S.Francesco nella piccola Assisi.

Ho osservato la gente di cui parla nel suo celebre romanzo, non riuscendo però a coglierne a pieno il carattere che a tratti appare burbero, mentre in altre situazioni nient’altro che amichevole.

Ho seguito le indicazioni di una mappa della città, in quanto privato per gran parte del tempo di quell’accesso alla tecnologia che normalmente mi guida nei miei vari viaggi. Una zona viene contraddistinta per la sua storia vichinga e medievale, ma quando metto piede nel castello che porta il nome del luogo nel quale è stato eretto, non vi trovo né palle di cannone né ambienti che richiamano quell’epoca.

Una torre di larghi mattoni grigi si affaccia a edifici probabilmente della mia età. Assisto quindi a questo spettacolo mezzo moderno storcendo un po’ il naso in segno di disappunto. Non mi do per vinto però e a caccia di storia percorro il mio cammino formato da viuzze su cui si affacciano pub dai diversi colori.IMG_0850

Di fronte a me appare una chiesa dall’aspetto magnifico. La cattedrale si erge imponente nel bel mezzo della vita caotica dublinese, ricca di strade con numerose macchine e, nonostante tutto, sembra ricoprire ancora bene il suo ruolo di protettrice dei più deboli e degli invincibili.

Soddisfatto da quest’ultima scoperta, mi dirigo all’ostello. Questo moderna struttura pare ricavata da una vecchia fabbrica, il cui stabilimento deve essere stato ristrutturato in un tentativo di rivalorizzazione di un’area in parte dimenticata.

Mi sdraio sul letto dopo una doccia e annoto quei sentimenti che la città ha risvegliato in me.

 

21/01 18:17

 

Quando scrivo, tento sempre di suscitare qualche emozione in chi mi legge. Il più delle volte tento di ricreare interesse e, perché no, stupore.

Città come quelle irlandesi si direbbero l’ideale per chiunque voglia cimentarsi in qualcosa del genere. A ogni angolo, a ogni vicolo, tento di carpire un dettaglio, un’essenza, l’indizio di qualcosa che mi possa portare a comprendere l’atmosfera di ciò che sto osservando.

Oggi mi sono diretto forse nell’attrazione più turistica che la città possa offrire. Ciò nonostante, la fabbrica della Guinness mi ha sorpreso. Non tanto per le informazioni interessanti che ho potuto ascoltarvi all’interno, ma più per il quartiere in cui si trova. In qualche modo, gli edifici in mattoni marrone chiaro e dalla forma caratteristica mi hanno fatto viaggiare con la fantasia.

Mentre mi dirigevo verso i cancelli della fabbrica, sono stato catapultato in parte all’inizio del ‘900. Mi sono immaginato diversi operai varcare i cancelli di quel mondo alcolico. Chi con passione per un lavoro artigianale come può essere quello del birrario e del bottaio, chi semplicemente con l’intento di dare da mangiare qualcosa alla propria famiglia.IMG_0853

Sì, probabilmente sono caduto vittima anche io di una campagna di marketing studiata ad hoc, ma per una volta ho strizzato l’occhio alla multinazionale e detto sì a questa mostra.

Aspetto ancora più importante, fondamentale direi, la birra è buona. Da quello che ho potuto notare quelle irlandesi si giocano il tutto su un equilibrio di sapori ben definito.

Nell’affascinante e vivo quartiere Temple Bar, ho assaggiato sì la più famosa Guinness, ma mi sono concesso di esplorare gusti simili come la Murphy’s. Tutte queste birre amano essere gustate in modo diverso, così che più che il gusto è il retrogusto quello che colpisce: ognuno differente, ma ruotante intorno a ciò che arriva immediatamente al primo assaggio. Affascinante come perfino a un blasfemo di questo business come me sia capitato di apprezzare questi esperimenti gastronomici.

Se c’è un binomio poi, che gli irlandesi rispettano alla perfezione, è quello dato da alcol e musica. In ogni pub, anche durante la settimana, è possibile trovare un intrattenitore che con una chitarra, un violino, o perfino strumenti meno convenzionali come banjo o bodhran rallegra l’atmosfera creata dai famosi giorni di pioggia.

In sostanza, tra Temple Bar, ormai estremamente turistico anch’esso e la fabbrica Guinness di St’James, è stata la prima volta che ho deliberatamente detto sì alla commercialità.

Oggi ho abbandonato il romanticismo, la magia, le storie celtiche e mi sono lasciato rapire completamente dal ruolo di turista tradizionale.

Niente da dire, ogni tanto una pausa non guasta; altrimenti si corre il rischio di prendersi troppo sul serio.

 

22/1 ore 18.40

 

Sento il viaggio avviarsi verso la fine. Ultima tappa: Belfast.

Ho provato l’esperienza della guida a sinistra e la cosa mi ha creato non pochi problemi e sensazioni sgradevoli, ma ne è valsa la pena.

Arrivo in città verso mezzogiorno e la prima impressione non è delle migliori. Il quartiere nel quale si trova l’ostello mi sembra piuttosto trasandato, sporco e non richiama proprio alcuna magia. Do la colpa di questo al fatto che ho attraversato il confine e mi trovo ora in UK, non più nel verde paese.

Tuttavia, una volta che inizio realmente a visitare la capitale nordirlandese, piano piano mi ricredo. Belfast è una città piena d’arte. Più mi avvicino al centro con il suo imponente municipio, più ogni cosa che mi circonda trova sempre più un determinato equilibrio.

Gli edifici più antichi suscitano rispetto storico, quelli moderni un eccezionale avanguardismo architettonico. In altri posti e situazioni gli uni farebbero a pugni con gli altri, causerebbero risse di mattoni e travi che travolgerebbero lo sguardo del passante; qui no. Un palazzo sostiene l’altro, quello più nuovo sorregge il più vecchio e quest’ultimo sembra poter dispensare consigli di postura al riflettente giovanotto tutto vetrate e forme singolari.

Percorro centri commerciali nascosti in direzione del porto. Come sempre ricerco famose attrazioni ma, nel mentre, mi lascio guidare dall’istinto, al fine di perdermi e godermi ciò che l’inaspettato ha da offrirmi.

Proprio in questo labirinto di cemento scopro un’altra caratteristica della città: l’arte che Belfast possiede non risiede nei musei ma sui suoi muri.IMG_3622

Se, infatti, qualche giorno fa mi ero lasciato impressionare da qualche murale nel centro di Cork, qui i graffiti mi si mostrano a ogni angolo, ognuno con il suo significato. Ce ne sono di quelli dal senso più comprensibile e altri con qualcosa che richiama forti emozioni difficili da distinguere. Molti sono rabbiosi, tristi, mentre altri sono l’incarnazione di compassione ed empatia.

I colori che sprigionano sono di diversa natura. Si parte dalle diverse sfumature di rosso per finire nell’osservare tonalità di grigio che ancora una volta non mancano di celare parte del carattere di quest’isola.

Arrivo finalmente nella zona del porto. Da un ponte vedo il fiume scorrere sotto di me, mentre in lontananza alcuni grattaceli mi osservano con freddezza dall’alto verso il basso. Distante, il museo del Titanic fa la guardia a tristi ricordi.IMG_3601

Penso alle differenze riscontrate prendendo come riferimento i luoghi visitati nei giorni passati. Sicuramente percepisco tinte più British nell’aria, ma al contempo, osservo caratteri diversi rispetto all’isola maggiore. Le persone conservano una certa dose d’indipendenza nel modo di fare. Quel connubio di bellicosità e fratellanza che non capivo e ancora a fatica comprendo lo vedo anche qui.

Le mie parole comunque, ancora una volta faticano a inscenare le esperienze provate. All’interno della mia mente vedo cosa voglio dire, ma non riesco ad afferrarlo e rilanciarlo sulla carta tramite la penna; sicuramente in parte per colpa mia. Tuttavia, considero questa una caratteristica integrante del luogo in cui mi trovo. Penso quindi che ogni volta che mi rimetterò a scrivere di quanto visto e provato qui, finirò sempre per rendermi conto di non esserne capace.

Attendo di rimettere piede in territorio olandese per raggiungere di nuovo la chiarezza mentale.

 

23/1 ore 18:23

 

Se ieri ho avuto la possibilità di vivere l’arte di Belfast e l’Irlanda del Nord, oggi ne ho potuto tastare la magia.

 

Mi sveglio alle sette insieme alle mie compagne di viaggio, pronto a mettermi in auto da quel lato della strada che apprezzo ogni giorno sempre meno. Al momento del risveglio fuori è ancora buio, ma quando siamo pronti per partire, un timido bagliore è incoraggiato dal sole a spuntare all’orizzonte.

L’andata è tutta in autostrada. Abbiamo pianificato il percorso in modo tale da tornare poco prima del calar della sera. Non mancano però le bizzarrie tutte anglo sassoni, quali le immissioni nel flusso del traffico che non cambiano se il limite è di 30 km/h o 113. Le rampe invertite che partono dal Calatrava reggiano indicando le direzioni di Milano e Bologna qui non avrebbero senso di esistere.

Ciò nonostante, evitando qualche ciclista che ha deciso di porre fine alla propria esistenza nella corsia di sorpasso della suddetta autostrada, riesco a condurre il mio equipaggio a destinazione, tutti sani e salvi.

Il Giant Causeway è ciò che posso definire l’attrazione che mi ha colpito di più di tutta l’Irlanda. Il tour con audioguide annesse sono organizzati ad hoc, ma la magia si crea dal primo momento in cui si varcano i cancelli della struttura antecedente l’affioramento roccioso, mai spezzandosi.IMG_0930

Attraverso la storia del grande gigante che ha modellato quelle terre, mi trovo immerso in paesaggi mozzafiato e a una natura che, come tutte le volte che ci si avvicina alla costa, appare imponente e gloriosa.

Cammino tra queste rocce dalla forma originale che Finn McCool aveva disposto come selciato in modo da potersi fare una passeggiatina fino in Scozia senza bagnarsi i piedi e mi domando se la leggenda non sia più vera delle spiegazioni scientifiche.

Parto dalla base delle grandi scogliere e le risalgo fino alla cima, in un sale e scendi che ricalca le mie emozioni. Quando il tour di due ore è finito, non vedo l’ora di scoprire più cose riguardo a quella variopinta campagna che mi circonda.IMG_0958

Procedendo per tortuose stradine che costeggiano il mare, in un attimo mi ritrovo alla seconda tappa del giorno. Parcheggio l’auto e riprendo a camminare intorno a quei colli che da un metro all’altro precipitano sul mare. Quando mi fermo, è solo perché esito un attimo nell’attraversare un ponte di corde che collega due isolotti. Guardando in basso vengono le vertigini: tra me e gli scogli ci saranno non meno di dieci metri.

IMG_0994La giornata procede tutta così fino al calar del sole, tra paesini caratteristici e percorsi stradali panoramici; attraverso una foresta di sempre verdi o proseguendo lungo una via scheletricamente alberata.

Percorro salite ripidissime e discese che si snodano lungo un paesaggio nel quale tonalità di rosso, giallo e arancione si intervallano fino a lasciare spazio il più delle volte a un verdissimo prato inglese.

Nonostante le scomodità rappresentate dal sistema di guida, è un piacere condurre la piccola vettura e proseguire con i miei compagni di viaggio tra le celtiche brughiere.

Se Kerouac fosse stato inglese, avrebbe sicuramente scritto “On the Road” tra queste terre. La sua penna probabilmente non sarebbe stata così beat, ma avrebbe scalfito comunque gli animi di coloro che come me hanno attraversato un’Irlanda ricca di piacevoli sorprese.

Così, sempre più stanco e affaticato, mi sdraio sul letto a riflettere per l’ennesima volta. Domani però si riparte, niente magia a colpi di violino, solo un pizzico di entusiasmo per lo sconosciuto futuro che mi si prospetta davanti.

 

24/1 ore 14:42

 

Aeroporto di Dublino. La magia si spegne. Aspetto di prendere un volo che mi riporterà ad Amsterdam. Nessuna casa a cui tornare, non ancora: solo la prossima meta.

BOXE

Il pugile è pronto a salire sul ring. Lì, dove poco prima osservava altri due tizi prendersi a pugni e sanguinare copiosamente. Lì, dove il mondo si chiude dietro a un quadrato di tre corde. Lì, dove ancora una volta sarebbe stato da solo contro il mondo intero.

Uno-due, tre, quattro. I suoi pugni si scagliano contro i pao che mai come in quei momenti sembrano duri come l’acciaio, ma il pugile lo deve distruggere l’acciaio se vuole sopravvivere, deve pensare che è in grado di distruggere anche il diamante.

Uno-due, tre, quattro. L’ultimo era un buon colpo, pensa tra sé e sé. Durante il match, se l’altro fosse stato a portata di un colpo così micidiale, lo avrebbe steso subito. Intanto quel pazzo omicida del suo allenatore gli urla nelle orecchie, prova ad incitarlo, a dargli la carica, ma è tutto inutile. In un incontro dilettantesco non esiste nulla all’infuori di sé stessi come sorgente infinita di energia. Sei rinchiuso in un ring rinchiuso in una palestra minuscola, e ti guardano solo alcuni appassionati del genere che, visto il tempo infausto, hanno deciso di passare di lì invece che prendere la bici e andare a pedalare. Il pugile è solo.

Immagina i tempi passati, quando era bambino, quando giocava tranquillamente con altri della sua età. Alla sua prima rissa con Giacomo per le attenzioni di una bella signorina e alla grande amicizia nata in punizione e che ancora continua.

Un colpo sulla nuca dall’allenatore:

– Sono sveglio, sono sveglio!

– A me non sembra! Stai concentrato!

“Stupido vecchio” pensa il pugile. Quello che penso mi dà forza. Sì, tutte le esperienze passate. Dal quartiere malfamato, alla vita che piano piano migliora grazie a quel povero cristo di tuo padre che ti ha obbligato a finire un diploma di scuola superiore che ti ha permesso di trovare un lavoro. Malpagato, certo, ma è pur sempre un lavoro.

Il pugile alza lo sguardo ancora una volta verso il ring. Lo sconosciuto di destra è sicuramente molto più abile dello sconosciuto di sinistra. Gambe veloci, non un gran destro, ma sicuramente meglio dei pezzi di stalattite ai piedi di quel poveraccio che le sta prendendo di santa ragione. Siamo alla frutta, tra poco toccherà a lui. È meglio che si metta in testa che quello che fa gli piace, o anche lui si ritroverà a fare un pisolino in un letto di ospedale.

Anche l’allenatore se n’è accorto, gli dice di prepararsi, di scaldarsi ancora una volta, gli ripete l’importanza di certe combinazioni e della tattica che il vecchio è certo funzionerà nonostante il misterioso avversario da battere.

Uno-due, tre quattro. Il tre si scaglia contro la faccio di Yun Chaw, quello stupido cinese di quattordici anni che aveva tentato di fregarlo rifilandogli un lettore mp3 tarocco. Il quattro segue da destra e si scaglia contro la faccia dell’amico grassoccio e sempre giallo di quel pezzo di merda. Mentre però il primo cade a terra, il secondo incassa bene. Non è un caso, quel cinno doveva esserselo portato a quell’appuntamento come garanzia per il suo ritorno a casa, ma tranquillo, non basterà qualche mossa a caso di Kung Fu per vincere contro l’esperienza di innumerevoli risse.

Schivata dall’alto. Il grassone è lento, tenta di colpirlo, e la tecnica bisogna dire che non è nemmeno male, però non può sopperire a quelle salsicce di grasso che gli circondando le braccia e ecco…

Uno, due e tre. Il quattro non arriva, non è necessario. L’ultimo montante aveva già steso quel povero idiota. Quella sera il pugile aveva guadagnato tanti lettori mp3 da mettere su una rivendita.

L’allenatore gli da una pacca sulla spalla e gli grida parole di compiacimento all’orecchio. “Piantala di urlare, imbecille!”

La campana suona, l’incontro precedente è finito. Purtroppo per stalattite man non si è ribaltato, e ora il poveraccio se ne sta steso a terra incapace di alzarsi.

Tocca al pugile. Neanche il tempo di asciugare il sangue dei lottatori precedenti che si è già alle presentazioni degli sfidanti. Un leggero applauso accompagna il nome del pugile, come del resto quello del suo avversario. La sensazione è quella di vedere vacche mandate al macello due per volta. Che schifo.

No, no, concentrato. A te piace essere lì, ricordalo. Sebbene tu sia solo stato incoraggiato a dismisura da qualcuno che crede nella tua bravura, tu vuoi stare lì. Un match alla volta, un match alla volta e poi sarai fuori da tutto quel casino. Inizieranno a pagarti e potrai permetterti di meglio che il terminator team o la trucidiamoli squad, tu sarai qualcuno.

Suona la campana, il pugile inizia a muoversi.

Incomincia la fase di studio dell’avversario, il pugile rifila due o tre colpetti che quello para senza problemi. Si muove velocemente nonostante la grande massa di muscoli sul corpo. Mi sembra troppo grande.

“Io ti ammazzo, io ti ammazzo”. Questo deve essere il pensiero del pugile, nessun altro aspetto ha importanza. Sente la cattiveria salire da qualche parte, quella cattiveria rimasta nascosta a lungo e conservata minuziosamente ogni giorno per fare in modo di esplodere lì, contro il viso di quel cretino. Sì, perché tu, come me, se sei lì dentro a prendere dei cazzotti a gratis, sei un cretino.

Il pugile si sposta di lato, tenta di sorprenderlo con una combinazione diversa. Uno- uno, tre. L’avversario para ancora una volta. Non importa, conduci il match e tutto andrà bene. Tenta un cazzotto di prepotenza all’addome, quello va a segno ma sembra non causare alcun danno. Quel tizio è enorme, è di acciaio. Sarà almeno dieci chili più pesante del pugile. “Chi cazzo ha fatto le pesate? Chi cazzo ha pagato per vincere così facilmente?”

No, no, niente proteste. Potranno aver barato, potranno anche aver tentato di fartela, ma l’ultima parola l’avrai tu, l’ultima parol…

Gancio sinistro diretto sulla faccia. Tutto ad un tratto un dolore fortissimo pervade il viso del pugile, che per miracolo non cade. Una mina micidiale che non si aspettava. Certo, non se lo aspettava perché pensava troppo. Ora basta pensare, uccidilo, pensa a questo, devi solo ucciderlo!

Lo sfidante non ha continuato la raffica di colpi, probabilmente si stanca facilmente. Allora facciamolo stancare. Ricominciano le combinazioni del pugile. Uno-due, uno- uno. Uno-uno, due, quattro-quattro. “Arrabbiati, arrabbiati contro chi hai davanti. O lui o te, o lui o te per migliorare la tua condizione. Arrabbiati, ammazzalo!”.

Il gancio del pugile va a segno sul viso, nessun effetto, a quel punto avrebbe già steso tre persone. Quello stronzo non va giù. Non può andare, per forza, è troppo pesante. Vorrei davvero sapere chi…

Bam! Un altro diretto entra nello stesso punto di prima e scaraventa il pugile indietro. Sente che la faccia incomincia a gonfiarsi pesantemente e non solo, ora del sangue gli scende sull’occhio. Quel figlio di puttana gli deve aver segato un sopracciglio con quel colpo da taglialegna.

Non è finita, stavolta l’avversario sa di averlo in pugno. Continua a colpirlo all’addome. Uno due, uno due, uno, due. Il pugile sente quei colpi. Nessun migliaio di addominali può fare nulla contro quei macigni. Non ce la fa più, il dolore è insopportabile. Solo ora, solo quando sente di essere in serio pericolo, il suo corpo sente le grida di qualcuno fuori dal ring. Dev’essere quel povero vecchio. Quello che crede nei film. Pensava che lui fosse Rocky. Lo ha raccattato su da quel vicolo di spacciatori e lo ha portato in palestra. Grandi promesse, grandi speranze, ma per cosa? Ora è in quel buco di merda a incassare i pugni di quel poveraccio davanti a lui che al momento si crede un dio.

Il pugile prova a cingergli il collo, ad abbracciarlo. L’avversario con una spinta decisa lo riscaglia contro le corde. Uno-due, uno-due. Ora è lui stalattite man, le sue gambe non si muovono, non ne hanno la voglia, non ne hanno la forza, forse non l’hanno mai avuta. L’avversario indietreggia leggermente e bam, gli rifila un altro colpo in faccia. Un altro rigolo di sangue compare sul suo volto. La montagna non crolla, non ancora per lo meno. Uno-due, uno-due. Suona la campana. Fine primo round. Tutti agli angoli.

Il pugile è frastornato, se prima era difficile rimanere concentrato, ora sembra quasi impossibile. Il vecchio gli tira tre sberle e lo intima di guardarlo, ma al pugile non sembrano altro che carezze in confronto ai macigni che gli sono piombati in faccia poco prima.

I primi schiaffi che il pugile aveva preso se li ricorda bene, quando suo padre glieli tirava forti come se dovesse suonare un tamburo, quando da padre amorevole e responsabile si trasformava, grazie al goccio di una magica bottiglia, in quello che diveniva la causa dei suoi dolori fisici e morali. Lì, avrebbe dovuto avere il coraggio di rispondere con il suo uno-due e, forse, si sarebbe risparmiato molti dolori successivi.

La campana suona ancora, con istinto da automa il pugile si alza in piedi e si avvia verso il centro del ring. “Concentrato, concentrato, non è finita finché non è finita”.

Il pugile si scaglia contro l’avversario, rubando quelle energie al destino che, accanto al suo nome, aveva già segnato con la biro rossa la parola “fallito”.

Prova tutte le combinazioni che conosce. Partono una dopo l’altra, in preda all’istinto di sopravvivenza e all’adrenalina che gli scorre nelle vene. Non perderà, non quel giorno, non prima di aver dato a quel vecchio qualcosa per cui esultare.

Uno due, tre quattro. Due-due, quattro-uno. Uno dopo l’altro i suoi colpi si scagliano contro la guardia del suo avversario, ma non importa, il round per il momento è suo, basta non fermarsi, se ci si ferma si è spacciati. La raffica continua, qualche colpo all’addome va anche a segno. Sente le urla di compiacimento del vecchio che all’angolo gli grida:

-Bravo, figliolo! Continua! Non ti fermare!

Ma il pugile non è toccato né negativamente, né positivamente da quelle grida. Sono solo urla, e lui è solo carne da macello in un quadrato circondato da poveracci.

“Basta pensarci, continua, uccidilo, non ti fermare e menalo più forte che puoi”.

Il sangue gli ribolle nelle vene, il pugile vede il suo avversario come la causa unica dei suoi problemi. Anzi no, i suoi problemi sono incarnati tutti nella figura mastodontica del povero cristo che si trova davanti.

“Colpisci, colpisci!”. Niente, l’acciaio è duro a crollare. Più che acciaio in sé, forse bisognerebbe dire cemento armato. Maledetti giudici corrotti e malpagati! A quest’ora, con un altro, avrei già vinto.

La raffica però non si arresta, il pugile continua come un bravo operaio a svolgere il suo compito. Uno-due, uno-due. Fino a quando finalmente arriva la busta paga. Uno, due, e la montagna sembra barcollare un po’, apre appena la guardia quel tanto che basta per fare entrare il montante del pugile. Bam! Il colpo è devastante, niente a che fare con quello rifilato al ciccione cinese. L’avversario barcolla e in meno di un secondo il pugile gli sferra un gancio destro che lo abbatte sulle corde. È il momento di approfittarne. Un attacco dopo l’altro va a segno, ma la montagna, sebbene incrinata, riesce a non cadere, ricevendo anche colpi scorretti che l’arbitro riverisce al pugile. Non c’è niente da fare, sembra che solo Dio possa abbatterla.

La campana suona ancora. Tutti agli angoli.

Il pugile si siede sul suo sgabello e il vecchio entra nel ring, sembra contento, gli fa i complimenti. “Fottiti vecchio! Non vedi che sono un colabrodo? Se ti intendessi un minimo di questo sport capiresti che sono già spacciato. Sono stanco, dolorante e al primo colpo l’occhio ricomincerà a sanguinare. Un altro round come questo è da escludere. Non arriverà, non da parte mia almeno”.

Suona ancora la campana.

“Concentrato, concentrato. Prima il non pensare troppo ha dato i suoi frutti”.

I pugili sono ancora al centro del ring, entrambi sfiniti, con l’aria di chi vuole solo concludere per andare a casa. I giochi si aprono grazie a Geremia. Già, così si chiama. Un nome stupido, soprattutto per un pugile. Non Cassius, non Mike, Geremia. Nome dato da una madre che solo nel momento della sua nascita si è ricordata di essere cristiana. “La odio, odio quella stronza”.

Ora il pugile sembra aver ritrovato nuova forza, deve aver ricevuto benzina da qualcosa, forse qualcosa che ha visto, qualcosa che ha pensato, sta di fatto che sgancia più di un colpo sull’avversario che però stavolta sembra saper gestire bene la situazione. Geremia combatte con rabbia, con odio. Uno-due, uno-due, ma niente va a segno. I colpi sono lenti, la stanchezza si fa sentire nelle braccia massicce del pugile, uno-uno, tre-quattro. Niente da fare, tutti i colpi sembrano telefonati all’avversario, che pazientemente aspetta il suo turno per attaccare. Il pugile non si ferma, continua con una raffica esagerata ma totalmente inutile. Più attacca, più i colpi perdono di efficacia. È stanco, tormentato, lo sente lui stesso che qualcosa non va.

All’ennesimo gancio, l’avversario schiva piegandosi leggermente e colpisce il pugile in pieno viso. Pararlo era fuori discussione, viste le sue condizioni fisiche. Ora Geremia è a terra, chissà se riuscirà ad alzarsi.

Il pavimento, che alla vista sembrava così ruvido, ora sembra un dolce materasso. L’ultimo colpo è stato pesante. Il mondo ha incominciato a girare e per poco non si è oscurato del tutto. Qualcuno in lontananza conta, probabilmente attendono la sua disfatta. “Se mi alzo vinco, se mi alzo vinco”. Non è semplice, non lo è per niente. L’avversario è lontano, dai, avanti, nessuno ti darebbe fastidio, bisogna alzarsi e bisogna farlo in fretta. I secondi rallentano, il tempo sembra fermarsi. No, non mi alzerò. Lo sanno tutti dentro questo buco di merda che non mi alzerò. Potrei, forse, se raccolgo tutta la mia disperazione e la metto nelle gambe posso alzarmi e anche vincere, ma non lo farò. Non posso, non sta scritto. Il mio posto è qui, calpestato da alcuni, malmenato dagli altri. Posso rispondere con i pugni, ma non posso rispondere con i fatti. Non è il mio destino. Non lo sarà mai. Rimarrò qui, il pavimento ha imparato ad accogliermi ormai, la dura terra che mi accarezza la guancia ormai è la madre amorevole che mi mancava. Non sono un campione, non lo sarò mai. Mi dispiace vecchio, ma io rimango qui. Hai provato a raccogliermi, a darmi una chance, ma io non sono fatto per averle e mandarle a buon fine. Io sono fatto per essere in simbiosi con la terra, con la dura terra che voi tutti evitate e odiate, ma io non la odio, non la temo, non più dei vostri maledetti discorsi perbenisti e in favore del prossimo.

Io rimango qui.

NON PUÒ PIOVERE PER SEMPRE

Il professore è sulla via di casa. Pensieroso riguardo i suoi impegni, percorre Piazza Santo Stefano non sentendo nemmeno il pietrisco che gli provoca un leggero dolore alla pianta del piede. Non si cura di chi gli sta intorno. Una bici gli sfreccia a meno di venti centimetri di distanza e solo all’ultimo il professore gli aveva gettato un’occhiata fugace, troppo tardi nel caso avesse voluto scansarsi. Il professore viaggia a passo spedito, pensa all’incertezza della sua precarietà, all’arroganza dei suoi studenti che credono di sapere tutto e all’ingiustizia di una vita che per il momento non gli ha concesso vere soddisfazioni.

Un sorriso però, apparentemente senza un senso logico, appare sul viso un po’ grassoccio e barbuto del professore. Stasera si suona, stasera si va in concerto. Questo unico pensiero è sufficiente per fargli aumentare il passo e farlo proseguire fino a casa. Rapido volteggia tra i passanti che gli vengono incontro nelle strette vie di Bologna, fino ad arrivare sotto le torri, dove uno sguardo verso l’alto è d’obbligo. Svolta a sinistra in direzione piazza Maggiore, passando di fianco agli innumerevoli negozi. Come uno sciatore, il suo slalom continua schivando chiunque gli arrivi appresso. Sinistra, destra, sinistra, al centro. Balla, balla in mezzo al caos cittadino e della vita di tutti i giorni. Colpevole di eccessi e di disperazione, volteggia il suo largo corpo privo ormai della bellezza degli anni passati soltanto per trovare un attimo di pace in quel ballo indemoniato. Una piroetta, due, tre, si balla all’interno di quella città, in un triste valzer solitario.

Arrivato a un cancello ben nascosto tra le case, il professore estrae una chiave e, dopo averla inserita e rigirata nella serratura, procede sulla strada verso la casa dall’unico inquilino. Si è ripromesso di arrivare fino al suo pianerottolo salendo le scale al fine di poter fare un po’ di esercizio fisico, ma stasera no, stasera è una giornata troppo tenebrosa e tetra, perfino per un piccolo sforzo.

Giunto davanti alla porta di casa il professore si ferma un attimo, ascolta il sound of silence come un martello nelle sue orecchie, respira, ed entra. Percorre un piccolo corridoio sul quale si affacciano un’altrettanta piccola cucina e un bagno, fino a giungere in una sala che rispetto alle altre stanze risulta incredibilmente grande. Si affaccia sulla piazza, sulla bella Bologna delle giovani speranze e delle grandi delusioni.

Il professore si abbandona su un piccolo divanetto e si mette ad osservare ciò che lo circonda, tra i mille ricordi incastonati nel legno di ciliegio scuro che gli rimbalzano contro. Poi si ricorda del silenzio, per un attimo la visione di qualcosa di familiare lo aveva distratto da quel suono orrendo. Si rimette allora in piedi e apre due sportelli all’interno di una libreria. Ai suoi occhi appare l’oggetto che da sempre è suo compagno di vita: il giradischi.

Su uno scaffale sopra di questo una collezione di vinili lo invita a prenderne uno e ad appoggiarlo sull’oggetto riposto di poco più in basso. Il professore sceglie Led Zeppelin IV. Accuratamente lo toglie dalla sua copertina e lo ripone sul piatto, muove la testina e la festa può cominciare. Anzi no, manca ancora una cosa prima che le sue pesanti chiappe si appoggino di nuovo sul divano. Apre quindi una vetrinetta all’interno di un’altra parte di quell’immensa libreria che fa da scenario alla musica di Jimmy Page e Robert Plant, che si propaga nell’aria. Prende un bicchiere di vetro e ci versa un vecchio whiskey che si era procurato su internet e gli era costato un occhio della testa. Ne assaggia un sorso, eccezionale.

Si gira e ritorna sul divano, sul quale si abbandona logorato più dentro che fuori da quella vita. Non vuole pensare, vuole solo ascoltare le melodie di chi ogni giorno lo accompagna all’interno della sua anima, gustandosi quel meraviglioso whiskey liscio. Il mondo allora si ferma. Solo per un attimo, ma si ferma. Rock ‘n’ Roll gli entra attraverso l’odore dell’alcol nelle narici e quasi riesce a percepire dentro di sé la sensazione di poter scrivere un brano come quello, di poterne fare parte, di sentirsi in un altro mondo nel quale non si devono correggere tesi e non è necessario rifugiarsi nei grandi libri e nelle storie di avventura che lo circondano in quegli scaffali. Per un attimo, solo per quell’istante, si può raggiungere l’ebrezza del vizio, a cavallo tra quegli anni ’70 e ’80 nel quale il chissene frega era una moda, e nel quale lui era ancora felice. Un attimo, però, che si esaurisce nel suo essere intrinseco.

Un altro sorso, ancora un altro. Il professore appoggia il bicchiere su un tavolino di legno adiacente al divano e si abbandona al sonno che lo richiama dalle profondità del suo io.

 

Il professore si sveglia, si guarda intorno alla ricerca disperata di un orologio che gli possa raccontare del suo ritardo, poi si guarda il polso dandosi mentalmente dello stupido. Sì, è in ritardo. Si alza frettolosamente dal piccolo sofà che poco prima lo cullava e corre verso la camera da letto. Entra nella stanza, adornata, al contrario della sala, in maniera molto semplice. A fare compagnia a un letto matrimoniale si trova solo un piccolo armadio che raccoglie due o tre abiti e una cassettiera che con il suo legno interrompe la monotonia delle pareti bianche che circondano ogni oggetto.

Il professore si avvicina al letto, si china sulle ginocchia in modo da vedere cosa c’è sotto e, con qualche verso di fatica, allunga un braccio verso un oggetto dalla forma particolare, lungo e nero. È una custodia rigida, uno strumento musicale che lo ha salvato spesso dal silenzio e dal diventare marcio ogni giorno di più. Nonostante il ritardo, il professore accenna un abbraccio verso quell’oggetto, lo appoggia sul letto e lo accarezza dolcemente, come se fosse il più piccolo e delicato dei bambini. Ogni azione del professore ha del maniacale, la sua fretta si è ormai esaurita e tutto l’amore che possiede si è riversato in quello che sembra essere il suo unico vero compagno di vita. Le sue dita passano dolcemente verso i ganci che chiudono la custodia, li sollevano uno a uno, poi il professore apre dolcemente la parte superiore e i suoi occhi si illuminano come la prima volta che era stato innamorato, come la prima volta quando, ancora senza uno straccio di ricordo, aveva intrecciato i suoi occhi con quelli di sua madre. Questa è l’emozione che prova il professore ogni volta che guarda la sua Gibson SG, questo è ciò che il professore non pensa, ma che in realtà prova ogni volta. La commozione è tanta che si manifesta in forma di occhi lucidi. Accarezza il dolce manico di legno con le piccole parti bianche di madreperla che separano un tasto dall’altro e, timido nei movimenti, sfiora leggermente le corde nuove, partendo dalle chiavi fino al corpo solido della chitarra caratterizzato dalle sua corna sporgenti. Cinque minuti di cura maniacale che nella testa del professore assomigliano più a un flirt spinto.

-Ti ringrazio in anticipo per stasera. So che non mi deluderai. –

Queste parole rivolge alla silenziosa chitarra che, se potesse, risponderebbe con un piccolo cenno del capo, con senso di complicità, e dicendogli prego. Il professore richiude infine la custodia facendo scattare i ganci che rispondono al gesto con un sonoro “clack”. Si può partire.

 

Sfreccia il professore per la via della fredda e notturna Bologna, la chitarra incastrata tra manubrio e sellino legata accuratamente con una corda, e un sorriso stampato sul volto. Sono le nove e mezza di sera, la città è meno trafficata di prima, ma non si può comunque sostenere che non lo sia. Il professore corre lungo via Indipendenza, sfiorando i passanti che non curanti hanno deciso di ignorare il riparo dei portici e le macchine che continuano a passare loro accanto. Una corsa forsennata verso un’ora di libertà.

 

Sono le dieci e un quarto. Il professore è in piedi su un palco, a tracolla la sua inseparabile amante. La pizzica un po’, testando se tutto è a posto. La strapazza anche in modo che non ci siano sorprese di corde rotte o quant’altro durante il concerto.

Si guarda intorno. Un batterista molto magro e che a fatica dall’altezza riesce a stare dietro al proprio strumento gli chiede se è tutto a posto. Il professore accenna a un sì con la testa. Poi lo stesso tizio si rivolge anche a un altro individuo un po’ più anziano ma ben in forma al basso, e a un cantante ben più giovane degli altri tre, vestito per l’occasione con dei jeans a zampa e una camicia dai colori stravaganti.

Il professore getta un’occhiata al pubblico che li fissa dubbiosi. La maggior parte sono ragazzi universitari. Probabilmente lì in mezzo potrebbe comparire anche qualche suo studente che lo prenderà in giro insieme a un amico, ma a lui non importa, lui non è solo ad affrontare quel palco, lui è lì con la sua compagna. La guarda ancora una volta con fare amorevole. Lei non potrà mai tradirlo.

All’improvviso tre colpi di bacchetta risuonano, il professore si mette sull’attenti e al quattro parte. Le sue dita si muovono armoniose mentre suona Foxy Lady. Un rock graffiante il giusto, appartenuto a uno dei più grandi. Così, nonostante qualche imprecisione, tutto fila liscio fino alla fine della canzone. Il cantante è bizzarro, ma la voce è somigliante. Il pubblico li guarda, qualcuno sorride, qualcuno accenna a qualche movimento a ritmo, mentre qualcuno è ancora dubbioso.

Il professore si prepara per il secondo pezzo, Voodoo Child. Ai suoi piedi, una pedaliera lo invita all’uso. Quel pezzo è tutto per lui, la chitarra ne è la padrona assoluta. La carica lo trapassa del tutto, dalla strofa fino all’apertura sul ritornello, poi l’assolo. Il professore non segue l’originale, si lascia andare ai suoi sentimenti, alla rabbia al suo interno al momento in cui si percepisce chiaro e tondo la sensazione di voler rompere tutto. Chiude gli occhi e il tempo sembra non scorrere, la voce gli concede qualche pausa, ma è sempre lui al centro della scena. Libertà, libertà. Fa l’amore il professore. Sì, lì sul palco, con quella donna che stringe tra le mani e lo desidera. Non può vedere il pubblico stupito da quell’enfasi. Continua a tenere gli occhi chiusi e ad assaporare quel momento. Non esiste nessuno all’infuori di lui e la sua rossa dama che lo accompagna in quel ballo di sentimenti.

 

Il brano è finito. Un fragore accompagna il sospiro del chitarrista dopo la performance. Applausi, urla, tutti per lui. Qualcosa non va, quel chiasso non è normale per un luogo così piccolo e pieno di gente indifferente. Il chitarrista rimane ancora ad occhi chiusi come suo solito dopo un assolo nel quale ha lasciato un pezzo della propria anima.

– Grande professore! Quasi meglio di me!

Una voce, diversa da quella di ognuno dei suoi compagni di band, gli rivolge quelle parole, una voce che il chitarrista ricorda vagamente, ma che non riesce a mettere a fuoco. Si gira verso di lui e apre finalmente gli occhi. Sbianca al solo vedere chi si trova davanti. Non può crederci, davvero non può.

– Che succede professore? Stai bene? Dai che andiamo con il prossimo pezzo! – La voce continua a uscire dalla bocca dell’individuo che lo ha fatto impallidire. Un ragazzo non troppo alto, nero, con ricci che decisi partono verso il cielo, tenuti a bada solo da una bandana che li avvolge. È lui, non ci sono dubbi, è proprio lui. Il chitarrista non osa pronunciare, non osa addirittura pensare quel nome. È tutto così dannatamente folle! Non osa nemmeno rivolgere lo sguardo verso il pubblico, temendo cosa ci possa essere ad attendere i suoi occhi.

Il ragazzo gli si avvicina, il chitarrista è impietrito davanti a lui, non osa muoversi né all’indietro né in avanti, anche solo di un passo. Lo guarda, ma lo sguardo che gli rivolge sembra vuoto, privo di un pensiero definito, qualcosa gli impedisce di mettere realmente a fuoco tutto. Forse dentro di sé teme che tutto possa svanire in un lampo. Che tutto possa di nuovo riprendere a essere come prima, che non possa anche solo intrecciare una nota di più con la chitarra di chi si trova davanti.

Uno schiaffo gli arriva dritto in faccia, anche piuttosto sonoro.

– Professore muoviti o mi preoccupo! – Il ragazzo lo fissa. Il chitarrista si porta la mano al viso e si tocca la guancia dolorante.

– Ahi! – questo è tutto ciò che il chitarrista riesce a dire in quel momento. Il ragazzo sorride. I suoi denti giallognoli risaltano al confronto con la pelle scura. Sembra soddisfatto della reazione, si gira e torna verso il centro del palco. Si fa allungare una Fender Stratocaster da mancino e vocifera qualcosa al microfono.

Il chitarrista si gira finalmente verso il pubblico, non sa dove si trova, ma quello che vede dà i brividi. Migliaia, forse milioni di scheletri urlanti, dal basso delle loro ossa inneggiano il nome del ragazzo! Ridacchiano qua e là, sembrano divertirsi come non mai.

– Andiamo, professore! La prossima è Hey Joe, mi dia una mano! –

Il chitarrista ovviamente conosce la canzone, ma è impietrito davanti a quello spettacolo! Come se non bastasse, una pioggia rossa incomincia a cadere dall’alto e colpisce le dura ossa di quella massa irreale che difficilmente si potrebbe definire gente.

Il chitarrista, preso dalla paura e dallo sconforto rivolge uno sguardo alla sua diavoletto. Lei sembra a suo agio, sembra sussurrargli che tutto andrà bene.

«Suona, suona e lasciati cullare. Non può piovere per sempre».

Con ancora un po’ di titubanza ma il cuore rinvigorito, il chitarrista si mette in posizione, guarda in faccia le mostruosità che si trova davanti, li fissa nelle pupille vuote dei loro crani cercando dentro di sé la forza di farli scatenare, rivolgendosi all’umanità che li caratterizza nonostante il giallo chiaro delle loro ossa. Vogliono intimorirlo, ma lui non è solo.

Da dietro di lui un batterista al quale non rivolge nemmeno lo sguardo schiocca tre battiti con le bacchette. Al quattro si parte ed eccola, la chitarra e la voce inconfondibile del maestro dei morti. Il chitarrista, suonando, lo ascolta e si lascia trasportare dal ritmo. Le corde della SG vibrano sicure tra le mani dell’individuo estraneo a quel luogo senza nome. Lì a nessuno importa del suo aspetto. Gli scheletri si curano solo di ballare, con anime ciondolanti all’interno dei loro strani corpi. Anche lui ormai non si cura più dell’estetica, sente solo l’anima di una grossa festa che si scatena tra il pubblico e parte da quelle chitarre indemoniate sul palco.

Il ragazzo parte con l’assolo. È fantastico, incredibile, e la sua energia è quasi palpabile. Gli si avvicina, quindi le chitarre si fronteggiano, accenna al chitarrista di prolungare l’assolo e di farlo continuare a lui. Non c’è una risposta con il viso, le dita e il suono sono gli unici mezzi di comunicazione. Il chitarrista prende l’occasione al volo e inizia a scatenarsi. Una dopo l’altra le note escono dal suo strumento, chiude ancora una volta gli occhi e, indiavolato, fa esplodere la sua anima su quel palcoscenico. Sente le grida delle persone più in basso di lui di qualche metro. «Questo è per voi. Assaporate un po’ della mia maledizione, di quello che si prova lassù, dove non sei altro che un corpo senz’anima che cammina e si fa strada tra la folla. Assaporate il gusto della faccia schiacciata dal tir della realtà».

 

Il pezzo si conclude. Il professore riapre gli occhi. È di nuovo nello squallido locale. Un po’ se lo aspettava. Del resto non può piovere per sempre, era stato avvertito, e ora quelle parole suonavano un po’ più chiare.

La gente non sembra turbata. Forse era tutto nella sua testa. I suoi compagni di band gli si avvicinano e gli scambiano qualche parola compiaciuta. Mai come in quel momento Hey Joe era venuta così bene. Il professore guarda la chitarra, no, era accaduto tutto davvero, è lei che glielo dice. E lui ha fiducia in lei, forse in lei soltanto al mondo.

Il concerto continua sulla falsa riga dei primi brani suonati, niente entusiasma quel pubblico, forse solo qualche battuta sulla pancia del professore o sul modo dei quattro vecchiastri di crederci troppo. Non è posto per lui quello.

 

Il professore sfreccia all’indietro verso casa sua, la chitarra ancora ben salda tra le gambe. È una notte fredda ma serena. Sovrappensiero, il professore non capisce cosa sia successo, sa solo che quell’unico brano suonato in compagnia di quel ragazzo di cui ancora non vuol pensare il nome è forse l’esperienza più bella che abbia mai provato. Nella vaga possibilità, però, che tutto ciò non sia stato reale, significherebbe che la cosa più bella che ha avuto nella vita è stata un’allucinazione. Triste, tutto è sinceramente e profondamente triste. «Pedala, professore! Pedala e non pensare». Lui pensa però. Nella sua testa quel meccanismo non si ferma.

Una macchina gli sfreccia a fianco e gli suona con il clacson, deve essersi sporto troppo al centro della strada. Del resto la sua bici non ha nemmeno un fanale che ne possa segnalare la presenza.

Continua a pedalare il professore, pedala e non sa come venirne a capo. La chitarra gli ha parlato chiaro, netta e distinta era la sua voce. La chitarra però non parla, forse è solo lui che è pazzo. Lo è sempre di più, ogni giorno. Forse quello che è accaduto è solo un eccesso di quella pazzia, forse…

Un altro colpo di clacson e un frastuono, poi più nulla. Il professore chiude gli occhi e si lascia andare.

 

– Ehi professore! Già qui? –

Nella testa del professore ora è tutto chiaro:

«Non può piovere per sempre. Niente di più vero».