NON PUÒ PIOVERE PER SEMPRE

Il professore è sulla via di casa. Pensieroso riguardo i suoi impegni, percorre Piazza Santo Stefano non sentendo nemmeno il pietrisco che gli provoca un leggero dolore alla pianta del piede. Non si cura di chi gli sta intorno. Una bici gli sfreccia a meno di venti centimetri di distanza e solo all’ultimo il professore gli aveva gettato un’occhiata fugace, troppo tardi nel caso avesse voluto scansarsi. Il professore viaggia a passo spedito, pensa all’incertezza della sua precarietà, all’arroganza dei suoi studenti che credono di sapere tutto e all’ingiustizia di una vita che per il momento non gli ha concesso vere soddisfazioni.

Un sorriso però, apparentemente senza un senso logico, appare sul viso un po’ grassoccio e barbuto del professore. Stasera si suona, stasera si va in concerto. Questo unico pensiero è sufficiente per fargli aumentare il passo e farlo proseguire fino a casa. Rapido volteggia tra i passanti che gli vengono incontro nelle strette vie di Bologna, fino ad arrivare sotto le torri, dove uno sguardo verso l’alto è d’obbligo. Svolta a sinistra in direzione piazza Maggiore, passando di fianco agli innumerevoli negozi. Come uno sciatore, il suo slalom continua schivando chiunque gli arrivi appresso. Sinistra, destra, sinistra, al centro. Balla, balla in mezzo al caos cittadino e della vita di tutti i giorni. Colpevole di eccessi e di disperazione, volteggia il suo largo corpo privo ormai della bellezza degli anni passati soltanto per trovare un attimo di pace in quel ballo indemoniato. Una piroetta, due, tre, si balla all’interno di quella città, in un triste valzer solitario.

Arrivato a un cancello ben nascosto tra le case, il professore estrae una chiave e, dopo averla inserita e rigirata nella serratura, procede sulla strada verso la casa dall’unico inquilino. Si è ripromesso di arrivare fino al suo pianerottolo salendo le scale al fine di poter fare un po’ di esercizio fisico, ma stasera no, stasera è una giornata troppo tenebrosa e tetra, perfino per un piccolo sforzo.

Giunto davanti alla porta di casa il professore si ferma un attimo, ascolta il sound of silence come un martello nelle sue orecchie, respira, ed entra. Percorre un piccolo corridoio sul quale si affacciano un’altrettanta piccola cucina e un bagno, fino a giungere in una sala che rispetto alle altre stanze risulta incredibilmente grande. Si affaccia sulla piazza, sulla bella Bologna delle giovani speranze e delle grandi delusioni.

Il professore si abbandona su un piccolo divanetto e si mette ad osservare ciò che lo circonda, tra i mille ricordi incastonati nel legno di ciliegio scuro che gli rimbalzano contro. Poi si ricorda del silenzio, per un attimo la visione di qualcosa di familiare lo aveva distratto da quel suono orrendo. Si rimette allora in piedi e apre due sportelli all’interno di una libreria. Ai suoi occhi appare l’oggetto che da sempre è suo compagno di vita: il giradischi.

Su uno scaffale sopra di questo una collezione di vinili lo invita a prenderne uno e ad appoggiarlo sull’oggetto riposto di poco più in basso. Il professore sceglie Led Zeppelin IV. Accuratamente lo toglie dalla sua copertina e lo ripone sul piatto, muove la testina e la festa può cominciare. Anzi no, manca ancora una cosa prima che le sue pesanti chiappe si appoggino di nuovo sul divano. Apre quindi una vetrinetta all’interno di un’altra parte di quell’immensa libreria che fa da scenario alla musica di Jimmy Page e Robert Plant, che si propaga nell’aria. Prende un bicchiere di vetro e ci versa un vecchio whiskey che si era procurato su internet e gli era costato un occhio della testa. Ne assaggia un sorso, eccezionale.

Si gira e ritorna sul divano, sul quale si abbandona logorato più dentro che fuori da quella vita. Non vuole pensare, vuole solo ascoltare le melodie di chi ogni giorno lo accompagna all’interno della sua anima, gustandosi quel meraviglioso whiskey liscio. Il mondo allora si ferma. Solo per un attimo, ma si ferma. Rock ‘n’ Roll gli entra attraverso l’odore dell’alcol nelle narici e quasi riesce a percepire dentro di sé la sensazione di poter scrivere un brano come quello, di poterne fare parte, di sentirsi in un altro mondo nel quale non si devono correggere tesi e non è necessario rifugiarsi nei grandi libri e nelle storie di avventura che lo circondano in quegli scaffali. Per un attimo, solo per quell’istante, si può raggiungere l’ebrezza del vizio, a cavallo tra quegli anni ’70 e ’80 nel quale il chissene frega era una moda, e nel quale lui era ancora felice. Un attimo, però, che si esaurisce nel suo essere intrinseco.

Un altro sorso, ancora un altro. Il professore appoggia il bicchiere su un tavolino di legno adiacente al divano e si abbandona al sonno che lo richiama dalle profondità del suo io.

 

Il professore si sveglia, si guarda intorno alla ricerca disperata di un orologio che gli possa raccontare del suo ritardo, poi si guarda il polso dandosi mentalmente dello stupido. Sì, è in ritardo. Si alza frettolosamente dal piccolo sofà che poco prima lo cullava e corre verso la camera da letto. Entra nella stanza, adornata, al contrario della sala, in maniera molto semplice. A fare compagnia a un letto matrimoniale si trova solo un piccolo armadio che raccoglie due o tre abiti e una cassettiera che con il suo legno interrompe la monotonia delle pareti bianche che circondano ogni oggetto.

Il professore si avvicina al letto, si china sulle ginocchia in modo da vedere cosa c’è sotto e, con qualche verso di fatica, allunga un braccio verso un oggetto dalla forma particolare, lungo e nero. È una custodia rigida, uno strumento musicale che lo ha salvato spesso dal silenzio e dal diventare marcio ogni giorno di più. Nonostante il ritardo, il professore accenna un abbraccio verso quell’oggetto, lo appoggia sul letto e lo accarezza dolcemente, come se fosse il più piccolo e delicato dei bambini. Ogni azione del professore ha del maniacale, la sua fretta si è ormai esaurita e tutto l’amore che possiede si è riversato in quello che sembra essere il suo unico vero compagno di vita. Le sue dita passano dolcemente verso i ganci che chiudono la custodia, li sollevano uno a uno, poi il professore apre dolcemente la parte superiore e i suoi occhi si illuminano come la prima volta che era stato innamorato, come la prima volta quando, ancora senza uno straccio di ricordo, aveva intrecciato i suoi occhi con quelli di sua madre. Questa è l’emozione che prova il professore ogni volta che guarda la sua Gibson SG, questo è ciò che il professore non pensa, ma che in realtà prova ogni volta. La commozione è tanta che si manifesta in forma di occhi lucidi. Accarezza il dolce manico di legno con le piccole parti bianche di madreperla che separano un tasto dall’altro e, timido nei movimenti, sfiora leggermente le corde nuove, partendo dalle chiavi fino al corpo solido della chitarra caratterizzato dalle sua corna sporgenti. Cinque minuti di cura maniacale che nella testa del professore assomigliano più a un flirt spinto.

-Ti ringrazio in anticipo per stasera. So che non mi deluderai. –

Queste parole rivolge alla silenziosa chitarra che, se potesse, risponderebbe con un piccolo cenno del capo, con senso di complicità, e dicendogli prego. Il professore richiude infine la custodia facendo scattare i ganci che rispondono al gesto con un sonoro “clack”. Si può partire.

 

Sfreccia il professore per la via della fredda e notturna Bologna, la chitarra incastrata tra manubrio e sellino legata accuratamente con una corda, e un sorriso stampato sul volto. Sono le nove e mezza di sera, la città è meno trafficata di prima, ma non si può comunque sostenere che non lo sia. Il professore corre lungo via Indipendenza, sfiorando i passanti che non curanti hanno deciso di ignorare il riparo dei portici e le macchine che continuano a passare loro accanto. Una corsa forsennata verso un’ora di libertà.

 

Sono le dieci e un quarto. Il professore è in piedi su un palco, a tracolla la sua inseparabile amante. La pizzica un po’, testando se tutto è a posto. La strapazza anche in modo che non ci siano sorprese di corde rotte o quant’altro durante il concerto.

Si guarda intorno. Un batterista molto magro e che a fatica dall’altezza riesce a stare dietro al proprio strumento gli chiede se è tutto a posto. Il professore accenna a un sì con la testa. Poi lo stesso tizio si rivolge anche a un altro individuo un po’ più anziano ma ben in forma al basso, e a un cantante ben più giovane degli altri tre, vestito per l’occasione con dei jeans a zampa e una camicia dai colori stravaganti.

Il professore getta un’occhiata al pubblico che li fissa dubbiosi. La maggior parte sono ragazzi universitari. Probabilmente lì in mezzo potrebbe comparire anche qualche suo studente che lo prenderà in giro insieme a un amico, ma a lui non importa, lui non è solo ad affrontare quel palco, lui è lì con la sua compagna. La guarda ancora una volta con fare amorevole. Lei non potrà mai tradirlo.

All’improvviso tre colpi di bacchetta risuonano, il professore si mette sull’attenti e al quattro parte. Le sue dita si muovono armoniose mentre suona Foxy Lady. Un rock graffiante il giusto, appartenuto a uno dei più grandi. Così, nonostante qualche imprecisione, tutto fila liscio fino alla fine della canzone. Il cantante è bizzarro, ma la voce è somigliante. Il pubblico li guarda, qualcuno sorride, qualcuno accenna a qualche movimento a ritmo, mentre qualcuno è ancora dubbioso.

Il professore si prepara per il secondo pezzo, Voodoo Child. Ai suoi piedi, una pedaliera lo invita all’uso. Quel pezzo è tutto per lui, la chitarra ne è la padrona assoluta. La carica lo trapassa del tutto, dalla strofa fino all’apertura sul ritornello, poi l’assolo. Il professore non segue l’originale, si lascia andare ai suoi sentimenti, alla rabbia al suo interno al momento in cui si percepisce chiaro e tondo la sensazione di voler rompere tutto. Chiude gli occhi e il tempo sembra non scorrere, la voce gli concede qualche pausa, ma è sempre lui al centro della scena. Libertà, libertà. Fa l’amore il professore. Sì, lì sul palco, con quella donna che stringe tra le mani e lo desidera. Non può vedere il pubblico stupito da quell’enfasi. Continua a tenere gli occhi chiusi e ad assaporare quel momento. Non esiste nessuno all’infuori di lui e la sua rossa dama che lo accompagna in quel ballo di sentimenti.

 

Il brano è finito. Un fragore accompagna il sospiro del chitarrista dopo la performance. Applausi, urla, tutti per lui. Qualcosa non va, quel chiasso non è normale per un luogo così piccolo e pieno di gente indifferente. Il chitarrista rimane ancora ad occhi chiusi come suo solito dopo un assolo nel quale ha lasciato un pezzo della propria anima.

– Grande professore! Quasi meglio di me!

Una voce, diversa da quella di ognuno dei suoi compagni di band, gli rivolge quelle parole, una voce che il chitarrista ricorda vagamente, ma che non riesce a mettere a fuoco. Si gira verso di lui e apre finalmente gli occhi. Sbianca al solo vedere chi si trova davanti. Non può crederci, davvero non può.

– Che succede professore? Stai bene? Dai che andiamo con il prossimo pezzo! – La voce continua a uscire dalla bocca dell’individuo che lo ha fatto impallidire. Un ragazzo non troppo alto, nero, con ricci che decisi partono verso il cielo, tenuti a bada solo da una bandana che li avvolge. È lui, non ci sono dubbi, è proprio lui. Il chitarrista non osa pronunciare, non osa addirittura pensare quel nome. È tutto così dannatamente folle! Non osa nemmeno rivolgere lo sguardo verso il pubblico, temendo cosa ci possa essere ad attendere i suoi occhi.

Il ragazzo gli si avvicina, il chitarrista è impietrito davanti a lui, non osa muoversi né all’indietro né in avanti, anche solo di un passo. Lo guarda, ma lo sguardo che gli rivolge sembra vuoto, privo di un pensiero definito, qualcosa gli impedisce di mettere realmente a fuoco tutto. Forse dentro di sé teme che tutto possa svanire in un lampo. Che tutto possa di nuovo riprendere a essere come prima, che non possa anche solo intrecciare una nota di più con la chitarra di chi si trova davanti.

Uno schiaffo gli arriva dritto in faccia, anche piuttosto sonoro.

– Professore muoviti o mi preoccupo! – Il ragazzo lo fissa. Il chitarrista si porta la mano al viso e si tocca la guancia dolorante.

– Ahi! – questo è tutto ciò che il chitarrista riesce a dire in quel momento. Il ragazzo sorride. I suoi denti giallognoli risaltano al confronto con la pelle scura. Sembra soddisfatto della reazione, si gira e torna verso il centro del palco. Si fa allungare una Fender Stratocaster da mancino e vocifera qualcosa al microfono.

Il chitarrista si gira finalmente verso il pubblico, non sa dove si trova, ma quello che vede dà i brividi. Migliaia, forse milioni di scheletri urlanti, dal basso delle loro ossa inneggiano il nome del ragazzo! Ridacchiano qua e là, sembrano divertirsi come non mai.

– Andiamo, professore! La prossima è Hey Joe, mi dia una mano! –

Il chitarrista ovviamente conosce la canzone, ma è impietrito davanti a quello spettacolo! Come se non bastasse, una pioggia rossa incomincia a cadere dall’alto e colpisce le dura ossa di quella massa irreale che difficilmente si potrebbe definire gente.

Il chitarrista, preso dalla paura e dallo sconforto rivolge uno sguardo alla sua diavoletto. Lei sembra a suo agio, sembra sussurrargli che tutto andrà bene.

«Suona, suona e lasciati cullare. Non può piovere per sempre».

Con ancora un po’ di titubanza ma il cuore rinvigorito, il chitarrista si mette in posizione, guarda in faccia le mostruosità che si trova davanti, li fissa nelle pupille vuote dei loro crani cercando dentro di sé la forza di farli scatenare, rivolgendosi all’umanità che li caratterizza nonostante il giallo chiaro delle loro ossa. Vogliono intimorirlo, ma lui non è solo.

Da dietro di lui un batterista al quale non rivolge nemmeno lo sguardo schiocca tre battiti con le bacchette. Al quattro si parte ed eccola, la chitarra e la voce inconfondibile del maestro dei morti. Il chitarrista, suonando, lo ascolta e si lascia trasportare dal ritmo. Le corde della SG vibrano sicure tra le mani dell’individuo estraneo a quel luogo senza nome. Lì a nessuno importa del suo aspetto. Gli scheletri si curano solo di ballare, con anime ciondolanti all’interno dei loro strani corpi. Anche lui ormai non si cura più dell’estetica, sente solo l’anima di una grossa festa che si scatena tra il pubblico e parte da quelle chitarre indemoniate sul palco.

Il ragazzo parte con l’assolo. È fantastico, incredibile, e la sua energia è quasi palpabile. Gli si avvicina, quindi le chitarre si fronteggiano, accenna al chitarrista di prolungare l’assolo e di farlo continuare a lui. Non c’è una risposta con il viso, le dita e il suono sono gli unici mezzi di comunicazione. Il chitarrista prende l’occasione al volo e inizia a scatenarsi. Una dopo l’altra le note escono dal suo strumento, chiude ancora una volta gli occhi e, indiavolato, fa esplodere la sua anima su quel palcoscenico. Sente le grida delle persone più in basso di lui di qualche metro. «Questo è per voi. Assaporate un po’ della mia maledizione, di quello che si prova lassù, dove non sei altro che un corpo senz’anima che cammina e si fa strada tra la folla. Assaporate il gusto della faccia schiacciata dal tir della realtà».

 

Il pezzo si conclude. Il professore riapre gli occhi. È di nuovo nello squallido locale. Un po’ se lo aspettava. Del resto non può piovere per sempre, era stato avvertito, e ora quelle parole suonavano un po’ più chiare.

La gente non sembra turbata. Forse era tutto nella sua testa. I suoi compagni di band gli si avvicinano e gli scambiano qualche parola compiaciuta. Mai come in quel momento Hey Joe era venuta così bene. Il professore guarda la chitarra, no, era accaduto tutto davvero, è lei che glielo dice. E lui ha fiducia in lei, forse in lei soltanto al mondo.

Il concerto continua sulla falsa riga dei primi brani suonati, niente entusiasma quel pubblico, forse solo qualche battuta sulla pancia del professore o sul modo dei quattro vecchiastri di crederci troppo. Non è posto per lui quello.

 

Il professore sfreccia all’indietro verso casa sua, la chitarra ancora ben salda tra le gambe. È una notte fredda ma serena. Sovrappensiero, il professore non capisce cosa sia successo, sa solo che quell’unico brano suonato in compagnia di quel ragazzo di cui ancora non vuol pensare il nome è forse l’esperienza più bella che abbia mai provato. Nella vaga possibilità, però, che tutto ciò non sia stato reale, significherebbe che la cosa più bella che ha avuto nella vita è stata un’allucinazione. Triste, tutto è sinceramente e profondamente triste. «Pedala, professore! Pedala e non pensare». Lui pensa però. Nella sua testa quel meccanismo non si ferma.

Una macchina gli sfreccia a fianco e gli suona con il clacson, deve essersi sporto troppo al centro della strada. Del resto la sua bici non ha nemmeno un fanale che ne possa segnalare la presenza.

Continua a pedalare il professore, pedala e non sa come venirne a capo. La chitarra gli ha parlato chiaro, netta e distinta era la sua voce. La chitarra però non parla, forse è solo lui che è pazzo. Lo è sempre di più, ogni giorno. Forse quello che è accaduto è solo un eccesso di quella pazzia, forse…

Un altro colpo di clacson e un frastuono, poi più nulla. Il professore chiude gli occhi e si lascia andare.

 

– Ehi professore! Già qui? –

Nella testa del professore ora è tutto chiaro:

«Non può piovere per sempre. Niente di più vero».

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