BOXE

Il pugile è pronto a salire sul ring. Lì, dove poco prima osservava altri due tizi prendersi a pugni e sanguinare copiosamente. Lì, dove il mondo si chiude dietro a un quadrato di tre corde. Lì, dove ancora una volta sarebbe stato da solo contro il mondo intero.

Uno-due, tre, quattro. I suoi pugni si scagliano contro i pao che mai come in quei momenti sembrano duri come l’acciaio, ma il pugile lo deve distruggere l’acciaio se vuole sopravvivere, deve pensare che è in grado di distruggere anche il diamante.

Uno-due, tre, quattro. L’ultimo era un buon colpo, pensa tra sé e sé. Durante il match, se l’altro fosse stato a portata di un colpo così micidiale, lo avrebbe steso subito. Intanto quel pazzo omicida del suo allenatore gli urla nelle orecchie, prova ad incitarlo, a dargli la carica, ma è tutto inutile. In un incontro dilettantesco non esiste nulla all’infuori di sé stessi come sorgente infinita di energia. Sei rinchiuso in un ring rinchiuso in una palestra minuscola, e ti guardano solo alcuni appassionati del genere che, visto il tempo infausto, hanno deciso di passare di lì invece che prendere la bici e andare a pedalare. Il pugile è solo.

Immagina i tempi passati, quando era bambino, quando giocava tranquillamente con altri della sua età. Alla sua prima rissa con Giacomo per le attenzioni di una bella signorina e alla grande amicizia nata in punizione e che ancora continua.

Un colpo sulla nuca dall’allenatore:

– Sono sveglio, sono sveglio!

– A me non sembra! Stai concentrato!

“Stupido vecchio” pensa il pugile. Quello che penso mi dà forza. Sì, tutte le esperienze passate. Dal quartiere malfamato, alla vita che piano piano migliora grazie a quel povero cristo di tuo padre che ti ha obbligato a finire un diploma di scuola superiore che ti ha permesso di trovare un lavoro. Malpagato, certo, ma è pur sempre un lavoro.

Il pugile alza lo sguardo ancora una volta verso il ring. Lo sconosciuto di destra è sicuramente molto più abile dello sconosciuto di sinistra. Gambe veloci, non un gran destro, ma sicuramente meglio dei pezzi di stalattite ai piedi di quel poveraccio che le sta prendendo di santa ragione. Siamo alla frutta, tra poco toccherà a lui. È meglio che si metta in testa che quello che fa gli piace, o anche lui si ritroverà a fare un pisolino in un letto di ospedale.

Anche l’allenatore se n’è accorto, gli dice di prepararsi, di scaldarsi ancora una volta, gli ripete l’importanza di certe combinazioni e della tattica che il vecchio è certo funzionerà nonostante il misterioso avversario da battere.

Uno-due, tre quattro. Il tre si scaglia contro la faccio di Yun Chaw, quello stupido cinese di quattordici anni che aveva tentato di fregarlo rifilandogli un lettore mp3 tarocco. Il quattro segue da destra e si scaglia contro la faccia dell’amico grassoccio e sempre giallo di quel pezzo di merda. Mentre però il primo cade a terra, il secondo incassa bene. Non è un caso, quel cinno doveva esserselo portato a quell’appuntamento come garanzia per il suo ritorno a casa, ma tranquillo, non basterà qualche mossa a caso di Kung Fu per vincere contro l’esperienza di innumerevoli risse.

Schivata dall’alto. Il grassone è lento, tenta di colpirlo, e la tecnica bisogna dire che non è nemmeno male, però non può sopperire a quelle salsicce di grasso che gli circondando le braccia e ecco…

Uno, due e tre. Il quattro non arriva, non è necessario. L’ultimo montante aveva già steso quel povero idiota. Quella sera il pugile aveva guadagnato tanti lettori mp3 da mettere su una rivendita.

L’allenatore gli da una pacca sulla spalla e gli grida parole di compiacimento all’orecchio. “Piantala di urlare, imbecille!”

La campana suona, l’incontro precedente è finito. Purtroppo per stalattite man non si è ribaltato, e ora il poveraccio se ne sta steso a terra incapace di alzarsi.

Tocca al pugile. Neanche il tempo di asciugare il sangue dei lottatori precedenti che si è già alle presentazioni degli sfidanti. Un leggero applauso accompagna il nome del pugile, come del resto quello del suo avversario. La sensazione è quella di vedere vacche mandate al macello due per volta. Che schifo.

No, no, concentrato. A te piace essere lì, ricordalo. Sebbene tu sia solo stato incoraggiato a dismisura da qualcuno che crede nella tua bravura, tu vuoi stare lì. Un match alla volta, un match alla volta e poi sarai fuori da tutto quel casino. Inizieranno a pagarti e potrai permetterti di meglio che il terminator team o la trucidiamoli squad, tu sarai qualcuno.

Suona la campana, il pugile inizia a muoversi.

Incomincia la fase di studio dell’avversario, il pugile rifila due o tre colpetti che quello para senza problemi. Si muove velocemente nonostante la grande massa di muscoli sul corpo. Mi sembra troppo grande.

“Io ti ammazzo, io ti ammazzo”. Questo deve essere il pensiero del pugile, nessun altro aspetto ha importanza. Sente la cattiveria salire da qualche parte, quella cattiveria rimasta nascosta a lungo e conservata minuziosamente ogni giorno per fare in modo di esplodere lì, contro il viso di quel cretino. Sì, perché tu, come me, se sei lì dentro a prendere dei cazzotti a gratis, sei un cretino.

Il pugile si sposta di lato, tenta di sorprenderlo con una combinazione diversa. Uno- uno, tre. L’avversario para ancora una volta. Non importa, conduci il match e tutto andrà bene. Tenta un cazzotto di prepotenza all’addome, quello va a segno ma sembra non causare alcun danno. Quel tizio è enorme, è di acciaio. Sarà almeno dieci chili più pesante del pugile. “Chi cazzo ha fatto le pesate? Chi cazzo ha pagato per vincere così facilmente?”

No, no, niente proteste. Potranno aver barato, potranno anche aver tentato di fartela, ma l’ultima parola l’avrai tu, l’ultima parol…

Gancio sinistro diretto sulla faccia. Tutto ad un tratto un dolore fortissimo pervade il viso del pugile, che per miracolo non cade. Una mina micidiale che non si aspettava. Certo, non se lo aspettava perché pensava troppo. Ora basta pensare, uccidilo, pensa a questo, devi solo ucciderlo!

Lo sfidante non ha continuato la raffica di colpi, probabilmente si stanca facilmente. Allora facciamolo stancare. Ricominciano le combinazioni del pugile. Uno-due, uno- uno. Uno-uno, due, quattro-quattro. “Arrabbiati, arrabbiati contro chi hai davanti. O lui o te, o lui o te per migliorare la tua condizione. Arrabbiati, ammazzalo!”.

Il gancio del pugile va a segno sul viso, nessun effetto, a quel punto avrebbe già steso tre persone. Quello stronzo non va giù. Non può andare, per forza, è troppo pesante. Vorrei davvero sapere chi…

Bam! Un altro diretto entra nello stesso punto di prima e scaraventa il pugile indietro. Sente che la faccia incomincia a gonfiarsi pesantemente e non solo, ora del sangue gli scende sull’occhio. Quel figlio di puttana gli deve aver segato un sopracciglio con quel colpo da taglialegna.

Non è finita, stavolta l’avversario sa di averlo in pugno. Continua a colpirlo all’addome. Uno due, uno due, uno, due. Il pugile sente quei colpi. Nessun migliaio di addominali può fare nulla contro quei macigni. Non ce la fa più, il dolore è insopportabile. Solo ora, solo quando sente di essere in serio pericolo, il suo corpo sente le grida di qualcuno fuori dal ring. Dev’essere quel povero vecchio. Quello che crede nei film. Pensava che lui fosse Rocky. Lo ha raccattato su da quel vicolo di spacciatori e lo ha portato in palestra. Grandi promesse, grandi speranze, ma per cosa? Ora è in quel buco di merda a incassare i pugni di quel poveraccio davanti a lui che al momento si crede un dio.

Il pugile prova a cingergli il collo, ad abbracciarlo. L’avversario con una spinta decisa lo riscaglia contro le corde. Uno-due, uno-due. Ora è lui stalattite man, le sue gambe non si muovono, non ne hanno la voglia, non ne hanno la forza, forse non l’hanno mai avuta. L’avversario indietreggia leggermente e bam, gli rifila un altro colpo in faccia. Un altro rigolo di sangue compare sul suo volto. La montagna non crolla, non ancora per lo meno. Uno-due, uno-due. Suona la campana. Fine primo round. Tutti agli angoli.

Il pugile è frastornato, se prima era difficile rimanere concentrato, ora sembra quasi impossibile. Il vecchio gli tira tre sberle e lo intima di guardarlo, ma al pugile non sembrano altro che carezze in confronto ai macigni che gli sono piombati in faccia poco prima.

I primi schiaffi che il pugile aveva preso se li ricorda bene, quando suo padre glieli tirava forti come se dovesse suonare un tamburo, quando da padre amorevole e responsabile si trasformava, grazie al goccio di una magica bottiglia, in quello che diveniva la causa dei suoi dolori fisici e morali. Lì, avrebbe dovuto avere il coraggio di rispondere con il suo uno-due e, forse, si sarebbe risparmiato molti dolori successivi.

La campana suona ancora, con istinto da automa il pugile si alza in piedi e si avvia verso il centro del ring. “Concentrato, concentrato, non è finita finché non è finita”.

Il pugile si scaglia contro l’avversario, rubando quelle energie al destino che, accanto al suo nome, aveva già segnato con la biro rossa la parola “fallito”.

Prova tutte le combinazioni che conosce. Partono una dopo l’altra, in preda all’istinto di sopravvivenza e all’adrenalina che gli scorre nelle vene. Non perderà, non quel giorno, non prima di aver dato a quel vecchio qualcosa per cui esultare.

Uno due, tre quattro. Due-due, quattro-uno. Uno dopo l’altro i suoi colpi si scagliano contro la guardia del suo avversario, ma non importa, il round per il momento è suo, basta non fermarsi, se ci si ferma si è spacciati. La raffica continua, qualche colpo all’addome va anche a segno. Sente le urla di compiacimento del vecchio che all’angolo gli grida:

-Bravo, figliolo! Continua! Non ti fermare!

Ma il pugile non è toccato né negativamente, né positivamente da quelle grida. Sono solo urla, e lui è solo carne da macello in un quadrato circondato da poveracci.

“Basta pensarci, continua, uccidilo, non ti fermare e menalo più forte che puoi”.

Il sangue gli ribolle nelle vene, il pugile vede il suo avversario come la causa unica dei suoi problemi. Anzi no, i suoi problemi sono incarnati tutti nella figura mastodontica del povero cristo che si trova davanti.

“Colpisci, colpisci!”. Niente, l’acciaio è duro a crollare. Più che acciaio in sé, forse bisognerebbe dire cemento armato. Maledetti giudici corrotti e malpagati! A quest’ora, con un altro, avrei già vinto.

La raffica però non si arresta, il pugile continua come un bravo operaio a svolgere il suo compito. Uno-due, uno-due. Fino a quando finalmente arriva la busta paga. Uno, due, e la montagna sembra barcollare un po’, apre appena la guardia quel tanto che basta per fare entrare il montante del pugile. Bam! Il colpo è devastante, niente a che fare con quello rifilato al ciccione cinese. L’avversario barcolla e in meno di un secondo il pugile gli sferra un gancio destro che lo abbatte sulle corde. È il momento di approfittarne. Un attacco dopo l’altro va a segno, ma la montagna, sebbene incrinata, riesce a non cadere, ricevendo anche colpi scorretti che l’arbitro riverisce al pugile. Non c’è niente da fare, sembra che solo Dio possa abbatterla.

La campana suona ancora. Tutti agli angoli.

Il pugile si siede sul suo sgabello e il vecchio entra nel ring, sembra contento, gli fa i complimenti. “Fottiti vecchio! Non vedi che sono un colabrodo? Se ti intendessi un minimo di questo sport capiresti che sono già spacciato. Sono stanco, dolorante e al primo colpo l’occhio ricomincerà a sanguinare. Un altro round come questo è da escludere. Non arriverà, non da parte mia almeno”.

Suona ancora la campana.

“Concentrato, concentrato. Prima il non pensare troppo ha dato i suoi frutti”.

I pugili sono ancora al centro del ring, entrambi sfiniti, con l’aria di chi vuole solo concludere per andare a casa. I giochi si aprono grazie a Geremia. Già, così si chiama. Un nome stupido, soprattutto per un pugile. Non Cassius, non Mike, Geremia. Nome dato da una madre che solo nel momento della sua nascita si è ricordata di essere cristiana. “La odio, odio quella stronza”.

Ora il pugile sembra aver ritrovato nuova forza, deve aver ricevuto benzina da qualcosa, forse qualcosa che ha visto, qualcosa che ha pensato, sta di fatto che sgancia più di un colpo sull’avversario che però stavolta sembra saper gestire bene la situazione. Geremia combatte con rabbia, con odio. Uno-due, uno-due, ma niente va a segno. I colpi sono lenti, la stanchezza si fa sentire nelle braccia massicce del pugile, uno-uno, tre-quattro. Niente da fare, tutti i colpi sembrano telefonati all’avversario, che pazientemente aspetta il suo turno per attaccare. Il pugile non si ferma, continua con una raffica esagerata ma totalmente inutile. Più attacca, più i colpi perdono di efficacia. È stanco, tormentato, lo sente lui stesso che qualcosa non va.

All’ennesimo gancio, l’avversario schiva piegandosi leggermente e colpisce il pugile in pieno viso. Pararlo era fuori discussione, viste le sue condizioni fisiche. Ora Geremia è a terra, chissà se riuscirà ad alzarsi.

Il pavimento, che alla vista sembrava così ruvido, ora sembra un dolce materasso. L’ultimo colpo è stato pesante. Il mondo ha incominciato a girare e per poco non si è oscurato del tutto. Qualcuno in lontananza conta, probabilmente attendono la sua disfatta. “Se mi alzo vinco, se mi alzo vinco”. Non è semplice, non lo è per niente. L’avversario è lontano, dai, avanti, nessuno ti darebbe fastidio, bisogna alzarsi e bisogna farlo in fretta. I secondi rallentano, il tempo sembra fermarsi. No, non mi alzerò. Lo sanno tutti dentro questo buco di merda che non mi alzerò. Potrei, forse, se raccolgo tutta la mia disperazione e la metto nelle gambe posso alzarmi e anche vincere, ma non lo farò. Non posso, non sta scritto. Il mio posto è qui, calpestato da alcuni, malmenato dagli altri. Posso rispondere con i pugni, ma non posso rispondere con i fatti. Non è il mio destino. Non lo sarà mai. Rimarrò qui, il pavimento ha imparato ad accogliermi ormai, la dura terra che mi accarezza la guancia ormai è la madre amorevole che mi mancava. Non sono un campione, non lo sarò mai. Mi dispiace vecchio, ma io rimango qui. Hai provato a raccogliermi, a darmi una chance, ma io non sono fatto per averle e mandarle a buon fine. Io sono fatto per essere in simbiosi con la terra, con la dura terra che voi tutti evitate e odiate, ma io non la odio, non la temo, non più dei vostri maledetti discorsi perbenisti e in favore del prossimo.

Io rimango qui.

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