Inseguendo la magia: Irlanda

18/1/15 ore 8.35

 

Mi trovo seduto a un caffè, il gate poco lontano. Nonostante il viaggio sia stato organizzato quasi per caso, ultimo di queste vacanze invernali, le aspettative verso un paese che richiama a sé un’alta dose di magia sono tante.

Irlanda: prima Cork, poi Dublino, in seguito Belfast e dintorni. Sono alla ricerca di qualche significato in più da attribuire a quella che potrebbe essere la mia ultima esperienza da studente.

In una fuga innaturale spendo soldi e cerco di visitare tutto il possibile prima di essere incatenato definitivamente al mondo degli adulti. Come Holden, rifuggo gli obblighi per cercare di essere meravigliato da ogni terra nuova, da ogni angolo di questo pianeta a me in larga parte sconosciuto.

Irlanda: un paese che ho sentito nominare solo nelle storie di altri. Che siano racconti di amici, canzoni di diversi gruppi musicali e libri di autori famosissimi e non.

Sono a pochi minuti dall’inizio di questa avventura. È un giorno di sole, attendo quello di pioggia sull’altra sponda per sentirmi del tutto nel paese delle fate.

 

Ore 21:3

Al piano superiore di un letto a castello ascolto musica sconosciuta che Yasmin ha prontamente preparato per l’occasione.

Mi sento stanco morto. Nonostante l’ostello rispetti più del dovuto la categoria di alloggio che rappresenta, credo che potrei dormire come un sasso anche appoggiato a un tronco d’albero.IMG_0671

Ho visto la pioggia. Si è manifestata non appena sono sceso dall’aereo. Lei e il controllore sospettoso che all’arrivo in aeroporto mi ha bombardato di domande, credendomi chissà quale terrorista, non mi hanno riservato il più accogliente dei benvenuti.

Una volta sceso dalla navetta per il centro di Cork, ho potuto osservare da vicino questo strano luogo chiamato Irlanda.

Non sono sicuro di riuscire a trovare le parole più appropriate per descrivere questo paesaggio urbano. La cosa quantomeno insolita che colpisce di più è l’insieme di sfumature di grigio che scolorano tutti gli edifici che ti circondano.
“Sfumature di grigio”, un’espressione che forse non è più possibile usare nella lingua italiana senza riservare un pensiero all’orribile romanzo. Come in un tentativo di salvataggio dalla mia mente, qualcuno ha dipinto murales colorati tra un edificio e l’altro, rendendo il tutto molto più pittoresco. Colori vivaci che si alternano alla decadenza degli edifici.

St.Patrick Street si riserva però il diritto di rappresentare un’eccezione da moderna via con negozi alla moda qual è; segno che, anche in questo mondo che dovrebbe rimanere incantato e magico, la gente ha deciso di adeguarsi al canto del capitalismo galoppante.

Una parte della città rimane comunque immersa in una dimensione a parte. Mi sono aggirato nei pressi del giardino di un’immensa cattedrale uscita da un episodio di “The Leftovers”, ripromettendomi di controllare con che efficacia la chiesa cattolica eserciti ancora il suo controllo sul popolo che si è ribellato al protestantesimo. Una volta a casa mi informerò meglio.IMG_0626

Non ho potuto che continuare a camminare, a disperdermi nelle viuzze a me sconosciute tentando di non farmi assorbire dallo stato d’animo che il circondario mi trasmetteva. Bellezza è la parola che comunque associo a Cork. Bellezza mitigata però da più di qualche punta di malinconia.

Domani si va fuori città, alla ricerca di paesaggi incantati. Chissà, magari qualche elfo mi attraverserà la strada, portandomi un po’ di quella fortuna che, pur non guastando mai, non avrei il diritto di chiedere.

 

19/1 ore 23:21

 

Scrivo sempre dall’alto del mio letto a castello, solo molto più stanco e con due pinte di birra irlandese in corpo. Le fate o gli gnomi non si sono fatti vedere, ma in compenso la magia mi ha raggiunto, oggi più che mai.

Preso un autobus con guida, ci siamo diretti nelle terre isolate e dimenticate da Dio. Lì, il mondo appare un po’ più vasto e soprattutto colorato. Mille le sfumature che per tutto il tragitto hanno affrescato il mio cammino. L’immancabile grigio è solo una piccola parte del variopinto quadro che mi si è mostrato davanti.

Tanto verde, intervallato qualche volta da un giallo intimidito dalla pioggia che ogni giorno bagna queste brughiere. A tratti fa la sua comparsa qualche acquarello marrone dato dai tronchi degli alberi che interrompono le ampie distese.IMG_0768

Mi piace percorrere quelle stradine di campagna che tortuose si snodano fino a raggiungere la mia destinazione. Il pullman ha, infatti, un obiettivo verso il quale spingersi: le imponenti Cliffs of Moher.

Per la prima volta nella mia vita assisto a tanta imponenza affacciarsi sul mare. Un paesaggio insolito è quello che mi si è parato davanti. In Italia, sono da sempre abituato all’idea che quando la terra lascia spazio al mare, questa lo fa dolcemente, con una sottile striscia di sabbia giallastra.IMG_0770

In questo luogo si parla di qualcosa di insolitamente eccezionale: imponenti strapiombi che come a voler proteggere il verde e rigoglioso entroterra sbarrano la via all’oceano. Quest’ultimo elemento, che da sempre insieme al fascino suscita in molte persone anche un certo grado di timore, si vede negato il permesso di bagnare le terre irlandesi. Solo la roccia grigia può accoglierlo, in un impetuoso ma al contempo dolce bacio che fa ingelosire gli dei gaelici.

Io non ho potuto che assistere a questo spettacolo e tentare invano di trasmetterne la sconfinata bellezza tramite qualche fotografia, video o parola; ben sapendo però che il silenzio sarebbe più opportuno per rispettarne la natura antica e superba.

 

20/1 ore 17:58

 

Cambio di ostello, cambio di letto.

Abbandonata Cork e la sua aria di città peschereccia alla moda, Dublino ci ha spalancato i suoi cancelli.

A bordo del treno già tentavo di prefigurarmi come fosse la capitale di questo angolo di mondo. Sicuramente si presenta più curata e turistica, ma a tratti vi rimane qualche edificio dall’aria spartana, che tenta di farmi capire che non mi sono spostato troppo da dove mi trovavo.

Un po’ più di mezza giornata in giro per il centro. Ho camminato lungo questo immenso fiume al quale la mia mente ignorante non riesce tuttora ad attribuire un nome. Sono passato sotto le statue di esimie figure che poco mi hanno suggerito. Tutte a parte una.

Dall’alto del suo monumento James Joyce fa la guardia alla cultura dell’isola. Celebrato un po’ ovunque; quasi quanto S.Francesco nella piccola Assisi.

Ho osservato la gente di cui parla nel suo celebre romanzo, non riuscendo però a coglierne a pieno il carattere che a tratti appare burbero, mentre in altre situazioni nient’altro che amichevole.

Ho seguito le indicazioni di una mappa della città, in quanto privato per gran parte del tempo di quell’accesso alla tecnologia che normalmente mi guida nei miei vari viaggi. Una zona viene contraddistinta per la sua storia vichinga e medievale, ma quando metto piede nel castello che porta il nome del luogo nel quale è stato eretto, non vi trovo né palle di cannone né ambienti che richiamano quell’epoca.

Una torre di larghi mattoni grigi si affaccia a edifici probabilmente della mia età. Assisto quindi a questo spettacolo mezzo moderno storcendo un po’ il naso in segno di disappunto. Non mi do per vinto però e a caccia di storia percorro il mio cammino formato da viuzze su cui si affacciano pub dai diversi colori.IMG_0850

Di fronte a me appare una chiesa dall’aspetto magnifico. La cattedrale si erge imponente nel bel mezzo della vita caotica dublinese, ricca di strade con numerose macchine e, nonostante tutto, sembra ricoprire ancora bene il suo ruolo di protettrice dei più deboli e degli invincibili.

Soddisfatto da quest’ultima scoperta, mi dirigo all’ostello. Questo moderna struttura pare ricavata da una vecchia fabbrica, il cui stabilimento deve essere stato ristrutturato in un tentativo di rivalorizzazione di un’area in parte dimenticata.

Mi sdraio sul letto dopo una doccia e annoto quei sentimenti che la città ha risvegliato in me.

 

21/01 18:17

 

Quando scrivo, tento sempre di suscitare qualche emozione in chi mi legge. Il più delle volte tento di ricreare interesse e, perché no, stupore.

Città come quelle irlandesi si direbbero l’ideale per chiunque voglia cimentarsi in qualcosa del genere. A ogni angolo, a ogni vicolo, tento di carpire un dettaglio, un’essenza, l’indizio di qualcosa che mi possa portare a comprendere l’atmosfera di ciò che sto osservando.

Oggi mi sono diretto forse nell’attrazione più turistica che la città possa offrire. Ciò nonostante, la fabbrica della Guinness mi ha sorpreso. Non tanto per le informazioni interessanti che ho potuto ascoltarvi all’interno, ma più per il quartiere in cui si trova. In qualche modo, gli edifici in mattoni marrone chiaro e dalla forma caratteristica mi hanno fatto viaggiare con la fantasia.

Mentre mi dirigevo verso i cancelli della fabbrica, sono stato catapultato in parte all’inizio del ‘900. Mi sono immaginato diversi operai varcare i cancelli di quel mondo alcolico. Chi con passione per un lavoro artigianale come può essere quello del birrario e del bottaio, chi semplicemente con l’intento di dare da mangiare qualcosa alla propria famiglia.IMG_0853

Sì, probabilmente sono caduto vittima anche io di una campagna di marketing studiata ad hoc, ma per una volta ho strizzato l’occhio alla multinazionale e detto sì a questa mostra.

Aspetto ancora più importante, fondamentale direi, la birra è buona. Da quello che ho potuto notare quelle irlandesi si giocano il tutto su un equilibrio di sapori ben definito.

Nell’affascinante e vivo quartiere Temple Bar, ho assaggiato sì la più famosa Guinness, ma mi sono concesso di esplorare gusti simili come la Murphy’s. Tutte queste birre amano essere gustate in modo diverso, così che più che il gusto è il retrogusto quello che colpisce: ognuno differente, ma ruotante intorno a ciò che arriva immediatamente al primo assaggio. Affascinante come perfino a un blasfemo di questo business come me sia capitato di apprezzare questi esperimenti gastronomici.

Se c’è un binomio poi, che gli irlandesi rispettano alla perfezione, è quello dato da alcol e musica. In ogni pub, anche durante la settimana, è possibile trovare un intrattenitore che con una chitarra, un violino, o perfino strumenti meno convenzionali come banjo o bodhran rallegra l’atmosfera creata dai famosi giorni di pioggia.

In sostanza, tra Temple Bar, ormai estremamente turistico anch’esso e la fabbrica Guinness di St’James, è stata la prima volta che ho deliberatamente detto sì alla commercialità.

Oggi ho abbandonato il romanticismo, la magia, le storie celtiche e mi sono lasciato rapire completamente dal ruolo di turista tradizionale.

Niente da dire, ogni tanto una pausa non guasta; altrimenti si corre il rischio di prendersi troppo sul serio.

 

22/1 ore 18.40

 

Sento il viaggio avviarsi verso la fine. Ultima tappa: Belfast.

Ho provato l’esperienza della guida a sinistra e la cosa mi ha creato non pochi problemi e sensazioni sgradevoli, ma ne è valsa la pena.

Arrivo in città verso mezzogiorno e la prima impressione non è delle migliori. Il quartiere nel quale si trova l’ostello mi sembra piuttosto trasandato, sporco e non richiama proprio alcuna magia. Do la colpa di questo al fatto che ho attraversato il confine e mi trovo ora in UK, non più nel verde paese.

Tuttavia, una volta che inizio realmente a visitare la capitale nordirlandese, piano piano mi ricredo. Belfast è una città piena d’arte. Più mi avvicino al centro con il suo imponente municipio, più ogni cosa che mi circonda trova sempre più un determinato equilibrio.

Gli edifici più antichi suscitano rispetto storico, quelli moderni un eccezionale avanguardismo architettonico. In altri posti e situazioni gli uni farebbero a pugni con gli altri, causerebbero risse di mattoni e travi che travolgerebbero lo sguardo del passante; qui no. Un palazzo sostiene l’altro, quello più nuovo sorregge il più vecchio e quest’ultimo sembra poter dispensare consigli di postura al riflettente giovanotto tutto vetrate e forme singolari.

Percorro centri commerciali nascosti in direzione del porto. Come sempre ricerco famose attrazioni ma, nel mentre, mi lascio guidare dall’istinto, al fine di perdermi e godermi ciò che l’inaspettato ha da offrirmi.

Proprio in questo labirinto di cemento scopro un’altra caratteristica della città: l’arte che Belfast possiede non risiede nei musei ma sui suoi muri.IMG_3622

Se, infatti, qualche giorno fa mi ero lasciato impressionare da qualche murale nel centro di Cork, qui i graffiti mi si mostrano a ogni angolo, ognuno con il suo significato. Ce ne sono di quelli dal senso più comprensibile e altri con qualcosa che richiama forti emozioni difficili da distinguere. Molti sono rabbiosi, tristi, mentre altri sono l’incarnazione di compassione ed empatia.

I colori che sprigionano sono di diversa natura. Si parte dalle diverse sfumature di rosso per finire nell’osservare tonalità di grigio che ancora una volta non mancano di celare parte del carattere di quest’isola.

Arrivo finalmente nella zona del porto. Da un ponte vedo il fiume scorrere sotto di me, mentre in lontananza alcuni grattaceli mi osservano con freddezza dall’alto verso il basso. Distante, il museo del Titanic fa la guardia a tristi ricordi.IMG_3601

Penso alle differenze riscontrate prendendo come riferimento i luoghi visitati nei giorni passati. Sicuramente percepisco tinte più British nell’aria, ma al contempo, osservo caratteri diversi rispetto all’isola maggiore. Le persone conservano una certa dose d’indipendenza nel modo di fare. Quel connubio di bellicosità e fratellanza che non capivo e ancora a fatica comprendo lo vedo anche qui.

Le mie parole comunque, ancora una volta faticano a inscenare le esperienze provate. All’interno della mia mente vedo cosa voglio dire, ma non riesco ad afferrarlo e rilanciarlo sulla carta tramite la penna; sicuramente in parte per colpa mia. Tuttavia, considero questa una caratteristica integrante del luogo in cui mi trovo. Penso quindi che ogni volta che mi rimetterò a scrivere di quanto visto e provato qui, finirò sempre per rendermi conto di non esserne capace.

Attendo di rimettere piede in territorio olandese per raggiungere di nuovo la chiarezza mentale.

 

23/1 ore 18:23

 

Se ieri ho avuto la possibilità di vivere l’arte di Belfast e l’Irlanda del Nord, oggi ne ho potuto tastare la magia.

 

Mi sveglio alle sette insieme alle mie compagne di viaggio, pronto a mettermi in auto da quel lato della strada che apprezzo ogni giorno sempre meno. Al momento del risveglio fuori è ancora buio, ma quando siamo pronti per partire, un timido bagliore è incoraggiato dal sole a spuntare all’orizzonte.

L’andata è tutta in autostrada. Abbiamo pianificato il percorso in modo tale da tornare poco prima del calar della sera. Non mancano però le bizzarrie tutte anglo sassoni, quali le immissioni nel flusso del traffico che non cambiano se il limite è di 30 km/h o 113. Le rampe invertite che partono dal Calatrava reggiano indicando le direzioni di Milano e Bologna qui non avrebbero senso di esistere.

Ciò nonostante, evitando qualche ciclista che ha deciso di porre fine alla propria esistenza nella corsia di sorpasso della suddetta autostrada, riesco a condurre il mio equipaggio a destinazione, tutti sani e salvi.

Il Giant Causeway è ciò che posso definire l’attrazione che mi ha colpito di più di tutta l’Irlanda. Il tour con audioguide annesse sono organizzati ad hoc, ma la magia si crea dal primo momento in cui si varcano i cancelli della struttura antecedente l’affioramento roccioso, mai spezzandosi.IMG_0930

Attraverso la storia del grande gigante che ha modellato quelle terre, mi trovo immerso in paesaggi mozzafiato e a una natura che, come tutte le volte che ci si avvicina alla costa, appare imponente e gloriosa.

Cammino tra queste rocce dalla forma originale che Finn McCool aveva disposto come selciato in modo da potersi fare una passeggiatina fino in Scozia senza bagnarsi i piedi e mi domando se la leggenda non sia più vera delle spiegazioni scientifiche.

Parto dalla base delle grandi scogliere e le risalgo fino alla cima, in un sale e scendi che ricalca le mie emozioni. Quando il tour di due ore è finito, non vedo l’ora di scoprire più cose riguardo a quella variopinta campagna che mi circonda.IMG_0958

Procedendo per tortuose stradine che costeggiano il mare, in un attimo mi ritrovo alla seconda tappa del giorno. Parcheggio l’auto e riprendo a camminare intorno a quei colli che da un metro all’altro precipitano sul mare. Quando mi fermo, è solo perché esito un attimo nell’attraversare un ponte di corde che collega due isolotti. Guardando in basso vengono le vertigini: tra me e gli scogli ci saranno non meno di dieci metri.

IMG_0994La giornata procede tutta così fino al calar del sole, tra paesini caratteristici e percorsi stradali panoramici; attraverso una foresta di sempre verdi o proseguendo lungo una via scheletricamente alberata.

Percorro salite ripidissime e discese che si snodano lungo un paesaggio nel quale tonalità di rosso, giallo e arancione si intervallano fino a lasciare spazio il più delle volte a un verdissimo prato inglese.

Nonostante le scomodità rappresentate dal sistema di guida, è un piacere condurre la piccola vettura e proseguire con i miei compagni di viaggio tra le celtiche brughiere.

Se Kerouac fosse stato inglese, avrebbe sicuramente scritto “On the Road” tra queste terre. La sua penna probabilmente non sarebbe stata così beat, ma avrebbe scalfito comunque gli animi di coloro che come me hanno attraversato un’Irlanda ricca di piacevoli sorprese.

Così, sempre più stanco e affaticato, mi sdraio sul letto a riflettere per l’ennesima volta. Domani però si riparte, niente magia a colpi di violino, solo un pizzico di entusiasmo per lo sconosciuto futuro che mi si prospetta davanti.

 

24/1 ore 14:42

 

Aeroporto di Dublino. La magia si spegne. Aspetto di prendere un volo che mi riporterà ad Amsterdam. Nessuna casa a cui tornare, non ancora: solo la prossima meta.

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